Napolitano benedice il Gentiloni-bis. La stampa si divide

Il re è tornato. In occasione di una cerimonia all’Ispi, il presidente emerito della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha indicato la strada da percorrere nel dopo-voto: un governo con a capo ancora Paolo Gentiloni. Una prospettiva, sempre secondo il presidente, che consentirebbe di evitare il tracollo elettorale e la successiva implosione del Partito Democratico.

 

Corriere della Sera. L’INCORONAZIONE. Paolo Gentiloni, arrivato a Palazzo Chigi poco più di un anno fa con quella che sembrava una data di scadenza imminente, incassa anche quello di Giorgio Napolitano. Il presidente emerito della Repubblica, un uomo che ha conferito molti incarichi ed è stato la voce dell’ Italia in Europa in momenti delicatissimi, ieri non ha lasciato molto spazio a equivoci: «Paolo Gentiloni è divenuto punto essenziale di riferimento per il futuro prossimo, e non solo nel breve termine, della governabilità e stabilità politica dell’ Italia». Napolitano lo ha detto ieri del premier del Pd, dopo aver espresso il suo interesse per il programma della lista +Europa di Emma Bonino in un’ intervista a Antonio Polito sul Corriere alla fine del mese scorso. Tra le due affermazioni corre però un filo rosso, anche perché è soprattutto sulla politica europea di Gentiloni che ieri si è concentrato l’ ex capo dello Stato.

 

 

Il Giornale. L’IMMANCABILE GIORGIO. Chi temeva che Giorgio Napolitano potesse mancare all’ appello, si rassereni. Chi pensava che l’ uderstatement fosse dote indispensabile per candidarsi a «riserva della Repubblica», ci ripensi. Il partito dello «status quo» ha rotto gli indugi, spostate le fiche dal cavallo bolso Matteo Renzi al pimpante Paolo Gentiloni, lo esibisce e lo vezzeggia a mo’ di purosangue (i nobili natali non vengono tralasciati, perfino). Sfidando anche un po’ la scaramanzia, lo si vede già al traguardo e oltre. Paolo il «freddo», il «calmo», il «compassato», il «conte Gentiloni», ora galoppa: «Come sapete, i governi restano al loro posto finché non arriva quello successivo», dice il premier in veste «tecnica» ma ormai sbracata in campagna elettorale. Anzi, personale. È una giornata campale, per il mite-ex-poco-candidato che siede a Palazzo Chigi e rischia di vincere per assenza di alternative. Cominciata con un twitter di gioia per la vittoria della Goggia in Corea. Ma poi la discesa libera prosegue spericolata, fino all’ abbraccio sul palco milanese dell’ Ispi dove in mattinata vengono premiate le personalità che rafforzano l’ immagine dell’ Italia nel mondo. Un minuetto di belle madamine, nel quale il 93enne presidente emerito Napolitano rivolge al premiato Gentiloni l’ endorsement più spudorato, ritagliandosi ancora una volta prerogative ultra.

 

 

Il Dubbio. PAROLE AL MIELE. «La qualità della sua educazione famigliare e scolastica – ha poi aggiunto Napolitano nel suo panegirico gentiloniano-  gli offre strumenti importanti anche per il suo futuro operare ai più alti livelli. Un’ attitudine all’ ascolto e al dialogo e uno spirito di ricerca senza preclusioni da ministro degli Esteri e poi da presidente del Consiglio». E ancora: «La sua impronta di libertà e lo spirito di ricerca, senza preclusioni di sorta che hanno caratterizzato fin dall’ inizio il suo impegno civile». E ancora: «Con l’ assumere responsabilità di partito e di governo sul piano nazionale – dice – la figura di Paolo Gentiloni muta la fisionomia e acquista nuovo spessore. Ma quello che vorrei sottolineare è che alla coerenza, alla lealtà, alla disciplina di cui si fa carico, si accompagna sempre quella impronta di libertà, e spirito di ricerca senza preclusioni». Insomma, un endorsement convinto che arriva dopo quelli dell’ ex premier Romano Prodi, di Emma Bonino e Walter Veltroni.

 

 

La Verità. ER MOVIOLA. Se c’ è una caratteristica che il presidente del Consiglio proprio non ha è la risolutezza. Del resto, se fosse stato un decisionista Matteo Renzi non l’ avrebbe mai scelto come proprio sostituto. Quando il segretario del Pd fu costretto a mollare Palazzo Chigi dopo la sconfitta referendaria, la scelta cadde su Paolo il Gentile mica perché avesse doti decisive. Anche i sanpietrini di Montecitorio sanno che l’ ex sindaco di Firenze voleva qualcuno che gli scaldasse la sedia in attesa del suo ritorno. E alla fine optò per l’ uomo ritenuto il più adatto al ruolo. Gentiloni non doveva decidere. Doveva fare ciò che altri, cioè Renzi e i suoi cari, avevano stabilito. Peraltro, se non avesse avuto l’ attitudine all’ obbedienza, il presidente del Consiglio non si sarebbe mai fatto dettare la lista dei ministri dal suo predecessore, accettando non solo di guidare un governo fotocopia, ma addirittura di essere commissariato da Maria Elena Boschi, la quale, dopo aver promesso che in caso di sconfitta al referendum avrebbe fatto le valigie, si è insediata nella stanza a fianco di quella di Gentiloni. I quattordici mesi trascorsi a Palazzo Chigi testimoniano tante qualità del presidente del Consiglio, tra le quali quella che più apprezziamo è la morigeratezza dei costumi e anche della parola. Ma tra le doti del premier non figura certo l’ arte di decidere. Ogni volta che se n’ è presentata l’ occasione, Gentiloni non ha fatto di testa propria, ma ha fatto quello che la testa di Renzi gli imponeva di fare. L’ ex sindaco voleva che nelle mani di Luca Lotti rimanessero le deleghe che aveva quando era sottosegretario alla presidenza del Consiglio? E il nuovo inquilino di Palazzo Chigi ha accettato senza fare un plissé che il ministro dello Sport si occupasse anche di editoria e del Comitato interministeriale per la programmazione economica. Vi chiedete che cosa c’ entrino la pallavolo e il calcio con la programmazione economica e con un comitato che dovrebbe coordinare l’ intervento pubblico nell’ economia? Niente. Ma Renzi voleva che a sbrigare queste faccende fosse il suo braccio destro e l’ uomo che ha «doti decisive» ha chinato il capo. Fatta eccezione per la riconferma a Bankitalia di Ignazio Visco, il cui nome però era voluto da Sergio Mattarella, non c’ è nomina di governo che Gentiloni non si sia fatto suggerire dal predecessore, tanto che a Palazzo Chigi ci sono più renziani di quando c’ era Renzi.

Il Fatto Quotidiano. IL PRESIDENTE DELL’INCIUCIO. Ormai ne parlano candidati, ministri, persino istituzioni europee. Il 4 marzo si avvicina e la prospettiva delle larghe intese, spesso allontanata a parole, è sempre più sdoganata. Ieri ha piantato la sua bandiera anche il presidente emerito Giorgio Napolitano: “Gentiloni è divenuto punto di riferimento per il prossimo futuro, e non solo nel breve periodo, della governabilità e della stabilità politica dell’ Italia”. Per ora Matteo Renzi e Silvio Berlusconi fanno finta di niente, come se non avessero cucito la legge elettorale su misura per un accordo post voto tra Pd e Forza Italia. Anzi: ieri il segretario dem ha negato tutto per l’ ennesima volta su Radio Capital: “Ha ragione Berlusconi. Inutile pensare a larghe intese Pd-Forza Italia”. Eppure sono sempre di più quelli che ci tengono a dichiarare già da oggi – figurarsi dopo il voto – il proprio appoggio a un governo di ampia maggioranza. Qualcuno lo chiama governo del presidente, altri parlano di larghe intese, altri ancora di governo di unità nazionale. Il senso cambia poco: se il centrodestra non raggiungerà la maggioranza, a salvare la patria dovrà essere un’ armata composta da Pd, Forza Italia, maroniani, piccoli alleati e qualche fuoriuscito da 5 Stelle e da LeU. A quel punto servirà un nome che metta d’ accordo tutti per il governo. Vale l’ ipotesi della conferma di Paolo Gentiloni, caldeggiata da Napolitano, ben vista da Romano Prodi – che di recente ha elogiato il premier – e gradita da gran parte dell’ establishment europeo, come dimostrano le parole di Manfred Weber di ieri e quelle pronunciate qualche settimana fa da Pierre Moscovici : “Non è un segreto che sugli orientamenti europei e le decisioni da prendere sulla zona euro c’ è una convergenza di vedute con Gentiloni”.

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