Xi Jinping supera Mao: addio al limite dei due mandati

La Cina cambia volto. Da repubblica popolare a presidenziale: artefice dell’ennesima rivoluzione il presidente Xi Jinping, 64 anni, che con ogni probabilità conserverà la carica anche dopo il secondo quinquennio che dovrebbe iniziare a marzo. Il Comitato centrale del partito comunista ha infatti proposto di rimuovere dalla Costituzione l’ espressione secondo cui il presidente e il vice presidente «possono servire per non più di due mandati consecutivi». La misura verrà sottoposte ai parlamentari durante la sessione annuale plenaria dell’ Assemblea nazionale del popolo.

La Stampa. LEADER A VITA. La voce circolava da tempo tra gli analisti che tentano di decifrare quel che si muove nelle stanze del potere di Pechino. Ieri è arrivata la conferma ufficiale. Il Partito comunista ha proposto un emendamento costituzionale che cancella «il limite di due mandati consecutivi» per il presidente e il vice-presidente della Repubblica popolare. Per gli esperti è il segnale più forte che Xi Jinping vuole rimanere alla guida della Cina ben oltre la scadenza del suo mandato decennale nel 2023. La modifica della carta costituzionale sarà approvata dall’ Assemblea Nazionale del Popolo – il Parlamento di Pechino – che inizierà la sua sessione annuale di lavori il prossimo 5 marzo. Quest’ annuncio è anche la conferma che negli ultimi 5 anni Xi Jinping è riuscito a consolidare il proprio potere al punto da riuscire a forzare quelle regole che avevano imbrigliato le ultime generazioni di leader cinesi. Una serie di norme istituzionali, di pesi e contrappesi che nell’ ultimo quarto di secolo hanno consentito transizioni di potere ordinate e che sono state pensate dall’ architetto dell’ apertura e delle riforme, Deng Xiaoping, per scongiurare il ritorno del culto della personalità che aveva segnato gli anni di potere di Mao Zedong.

 

 

Corriere della Sera. IL SOMMO XI. Ma chi è quest’ uomo di 64 anni, dal 2012 segretario generale comunista, dal 2013 presidente della Repubblica popolare e della Commissione centrale militare? È stato un «giovane istruito» che nel 1968, a 15 anni, fu mandato con migliaia di coetanei dalle città a zappare in campagna «per essere rieducato dai contadini più poveri», come ordinava la Rivoluzione culturale. Xi allora si portò dietro valigie piene di libri: i contadini che lo aiutarono a trascinarle pensarono che dentro ci fosse un tesoro. Erano volumi che lo studente-lavoratore divorava la notte, dopo aver spalato letame: lesse di tutto, da Victor Hugo a Hemingway e tre volte di seguito il Capitale di Marx. È un «Principe rosso», perché è figlio di un compagno di lotta di Mao, un predestinato al potere. Il futuro presidente, tornato a Pechino dopo sette anni nei campi, invece di divertirsi come fecero molti coetanei usciti dall’ incubo maoista, si lanciò alla riconquista del posto che gli spettava nella nomenklatura. E così ha scalato la gerarchia. Una volta installatosi come «trinità di governo» è diventato cacciatore di tigri: sotto la sua guida la battaglia anticorruzione ha punito in 5 anni 1,34 milioni di piccoli burocrati («mosche da schiacciare» le chiama Xi) e anche 280 alti funzionari a livello ministeriale o superiore («tigri da stanare», nella visione del leader). Xi è anche un nazionalista che ama farsi vedere in mimetica tra i soldati e prepara un esercito «capace di combattere e vincere una guerra moderna».

Il Giornale. LE PURGHE PER ARRIVARE AL POTERE. Nel primo quinquennio da che è al potere, Xi ha avviato una serie di «purghe» all’ interno del Partito comunista, rimuovendo diversi leader una volta ritenuti intoccabili nell’ ambito di una profonda azione contro la corruzione dilagante. «Mosche da schiacciare», «tigri da stanare». Così, nel suo colorito vocabolario vennero definiti oltre un milione di piccoli burocrati e centinaia di pezzi grossi. E questo gli ha guadagnato anche la simpatia delle masse. «In tempi di tempesta, non bisogna rifugiarsi nel porto del protezionismo, ma navigare nel mare aperto della globalizzazione». Così disse a Davos, lanciando la sua personale visione ultracapitalista (ammantata di un comunismo di cartapesta) di un pianeta ultra globalizzato. Da capo militare, sta modernizzando le Forze armate del Paese per renderle capaci di «combattere e vincere una guerra moderna». Un leader carismatico, colto, sofisticato, ma anche popolare. Capace di farsi fotografare in una trattoria da camionisti mentre mangia ravioli al vapore e wanton. Sposato con la nota cantante Peng Liyuan, sua seconda moglie, è padre della giovane Xi Mingze, che ha studiato a Harvard sotto pseudonimo. Pragmatico fino al punto di cogliere il meglio di quel che ha da offrire il «nemico» americano.

Repubblica. ALLA FACCIA DI DENG. L’ atto permetterà al presidente Xi Jinping di consolidare ulteriormente quel potere costruito fin da quando, appena approdato alla guida del Dragone nel 2013, avviò quella campagna anti corruzione che gli permise di far piazza pulita di tutti i suoi avversari. E che ha visto il suo apice lo scorso ottobre all’ ultimo Congresso del Partito: quando il nome pensieri politici del presidente – ovvero ” il socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era” sono state inserite nello statuto del partito, un onore riservato fino ad ora solo al “Grande Timoniere” Mao Zedong e a Deng Xiaoping. Era stato proprio Deng, negli anni 90, a imporre il limite di 10 anni alla guida del Paese per impedire un ritorno al culto della personalità. Limite rispettato da Hu Jintao e Jiang Zemin. L’ uscita di scena del presidente Xi Jinping sarebbe dovuta avvenire nel 2023: il suo potere dunque si sarebbe indebolito prestissimo, già nei prossimi due anni. Restare in carica a tempo indeterminato gli permette ora di portare a termine quei progetti su cui ha puntato tanto: la lotta alla povertà, certo, ma soprattutto quel sistema di soft power cinese rappresentato dalla ” nuova via della seta” One Belt One Road, che promuove tutta una serie di nuovi scambi commerciali globali

Libero. PIU’ GRANDE DI MAO. La cosa fu abbastanza chiara già a novembre, quando l’ agenzia ufficiale cinese Xinhua pubblicò un profilo del presidente Xi Jinping in cui veniva definito «Timoniere Impareggiabile»: un titolo evocante il famoso «Grande Timoniere» già riservato a Mao. Ma ora tutto si fa esplicito, con la proposta del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese per togliere dalla Costituzione il limite dei due mandati presidenziali quinquennali consecutivi. Eletto nel 2013, in teoria l’ attuale capo dello Stato avrebbe dovuto passare la mano nel 2023. Ma così si spiana la strada per una presidenza a vita. Anche oltre Mao, che in realtà presidente fu solo fino al 1959. Il suo potere infatti ce l’ aveva come presidente del Partito Comunista, tant’ è che addirittura tra 1975 e 1982 la Presidenza della Repubblica era stata addirittura soppressa: in quegli anni le funzioni di capo dello Stato passarono così al Presidente dell’ Assemblea Nazionale del Popolo. Ai tempi di Mao, però, era il Partito Comunista la vera struttura di potere, rispetto alla quale lo Stato era solo una sovrastruttura. Adesso, al contrario, il partito è soprattutto una cinghia di trasmissione rispetto agli ordini che arrivano dai vertici istituzionali, in quel peculiare modello che combina liberismo economico formale e formale monolitismo politico: anche se poi di fatto da una parte l’ iniziativa privata è massicciamente puntellata dal potere politico: dall’ altra l’ autoritarismo è sfidato da una serie di fenomeni che al tempo di Mao sarebbero stati impensabili, dalle proteste nelle campagne agli scioperi nelle fabbriche passando per l’ enclave pluralista di Hong Kong.

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