Renzi: “Nessun passo indietro”. Anche con il Pd sotto il 20%

Matteo Renzi non ha alcuna intenzione di mollare. Lo ha ribadito durante un’intervista a Sky tg 24: «Non ci sarà nessun passo indietro e trovo sconcertante che tutto il tema della campagna elettorale sia su quello che faccio io», aggiungendo che «sono stato eletto attraverso le primarie del Pd, con milioni di voti, non con qualche click sul sito della Casaleggio». I compagni di partito però non sembrano così convinti della sua permanenza e pare che siano già in cerca di un leader alternativo, specialmente se il Pd non raggiungesse il 20% dei consensi.

Libero. LA LINEA DEL PD. Qualunque sia il risultato del Pd alle elezioni, Matteo Renzi rimarrà a guidare il partito. «Non ci sarà nessun passo indietro e trovo sconcertante che tutto il tema della campagna elettorale sia su quello che faccio io». A SkyTg24 il segretario del Pd prova a chiudere una polemica che, però, è strisciante, sotto gli ultimi fuochi della campagna elettorale. Ma nel Pd – non solo sui media – se ne parla. Anche se, va detto, quasi tutti concordano sul fatto che un cambio alla guida del partito sarebbe molto complicato. Almeno a breve. Tanto per cominciare, si dice tra i dem, nelle settimane dopo il voto tutti si sarà concentrati a «dare un governo al Paese». Magari anche per mesi. Il Quirinale userà la propria moral suasion perché i partiti siano responsabili e non si perdano in processi interni. Prima il Paese, poi il partito, sarà la linea. Tanto più se lo scenario sarà instabile, serviranno partiti stabili. L’ unico scenario verosimile, se il Pd dovesse subire un tracollo, si concede, è quello di annunciare l’ avvio di «un grande dibattito nella società», di una «riflessione nel partito e nel Paese». Ma, si dice nel Pd, a novembre, non prima. Sempre che il Pd vada malissimo, più verso il 20% che verso il 24%. Cosa, però, tutta da verificare.

 

Repubblica. LA VERSIONE DI ORLANDO. «Matteo Renzi deve dire che non si candida a presidente del Consiglio. Per quel ruolo va bene Paolo Gentiloni. O comunque il segretario indichi un altro esponente dem». Leoluca Orlando, il sindaco di Palermo, è un neo tesserato del Pd. I Democratici lo hanno appoggiato con una lista civica alle ultime amministrative, dopo essere stati per anni all’ opposizione. «Da sei mesi do a Matteo questo suggerimento». Sindaco Orlando, se il Pd ha un risultato negativo il 4 marzo, Renzi dovrebbe trarne le conseguenze, cioè lasciare la guida del partito? «Ma perché deve dimettersi?! E’ stato eletto in un congresso. Casomai se ci fosse un flop, allora sarà Renzi stesso a valutare se rifare il congresso. Ma ritengo che la questione sia un’ altra». Quale? «Io credo che vada separata la vicenda del partito da quella del governo. Il Pd oggi è l’ unico argine al populismo. Da mesi vado dicendo a Matteo che deve chiarire che non sarà lui necessariamente il presidente del Consiglio, rimettendo certo la scelta al presidente della Repubblica, ma il segretario sarebbe meglio individuasse da subito un altro esponente dem per Palazzo Chigi». Come mai lei ha aderito al Pd proprio ora che è in difficoltà? «Ho preso la tessera del Pd nel momento più difficile per il partito e l’ ho fatto perché ha avuto il coraggio qui in Sicilia di opporsi per Palermo alla linea che veniva da quella calamità del governo regionale di Rosario Crocetta. Ho chiesto a Renzi che il Pd facesse un passo indietro alle urne, presentandosi con una lista senza insegne, se si voleva spuntarla in città. L’ ha fatto. Lì ho capito che nei Dem qualcosa era cambiato».

 

Il Tempo. L’ATTACCO A LeU. «Penso che il Pd sarà il primo partito e lavoro perché lo sia -afferma Renzi- Non faremo mai nessun governo con gli estremisti». In questa categoria Renzi include sia i 5 stelle che la Lega e, poiché ha fatto un’ alleanza con Salvini, anche Forza Italia. Quindi, il leader dem torna ad attaccare Leu: «Nei collegi o passa il candidato del centrosinistra o del centrodestra, tertium non datur». Ne consegue, che il voto dato a Leu è un voto, ribadisce, dato a Salvini. «Non ho scelto io la divisione del centrosinistra- ricorda Renzi- Ognuno si deve assumere le sue responsabilità. Ogni voto dato al partito di D’ Alema è un voto che favorisce il centrodestra e gli estremisti», osserva il segretario Pd, che mette in guardia: «Aprire la strada a questa destra estremista o ai populisti che hanno ampiamente dimostrato la loro incapacità amministrativa significherebbe mettere il Paese sull’ orlo del baratro».

 

 

La Stampa. LA DEROGA ALLO STATUTO. Frasi tranchant che svelano certo la volontà «di non mettere la sua faccia come bersaglio di un eventuale risultato negativo», spiegano i suoi. Ma che mirano pure a ricordare come il segretario eletto dal congresso abbia dalla sua la forza dei numeri, in primis quella dei gruppi parlamentari. Che saranno composti da un 80-85% di fedelissimi del leader. Come a dire: non ci sarà nessun ribaltone nel Pd e «non è aria di concedere congressi straordinari, pure se non si può prevedere, in caso di sconfitta netta, il livello di reazioni che si può contenere», ragiona un dirigente renziano. Quindi, il «resisterò» di Renzi suona come un avviso ai naviganti, grandi e piccoli, del Pd. Farebbe il segretario – viene già chiesto ad esempio a Franceschini. «L’ ho già fatto», svicola il ministro. Pressing per abdicare. Nell’ ultima settimana c’ è stato infatti un pressing crescente da più parti affinché Renzi desse un via libera ad una candidatura ufficiale di Gentiloni come premier in caso di vittoria. Pressing giunto da esponenti delle correnti alleate, ma anche da renziani, che si son fatti interpreti di istanze raccolte sui territori, dei militanti e di varie categorie sociali. Sono in molti in questi giorni ad aver chiesto ai candidati in giro per l’ Italia perché il segretario Pd non abbia investito il premier di un ruolo front line per strappare qualche punto in più di consenso. Renzi ha però deciso di non dare seguito a queste richieste perché un endorsement estemporaneo a Gentiloni in zona Cesarini sarebbe controproducente. E si è limitato a concedere una «deroga» a quanto prevede lo statuto sul doppio ruolo del leader Pd, dicendo sempre che non è lui il solo a poter ambire a Palazzo Chigi, ma anche altri. Per dare l’ idea di una squadra in campo.

Il Fatto Quotidiano. FACCE SCURE AL NAZARENO. C’ è un’ aria cupa al Nazareno e lo stesso segretario appare più abbattuto del solito. Pure se a Brescia assicura che il Pd “è già primo in un ramo del Parlamento” (sarebbe il Senato). In realtà, i sondaggi che circolano non registrano nessun miglioramento: il Pd resta inchiodato a un 22% per essere ottimisti. E i candidati dem non riescano a conquistare nessun collegio uninominale, se non quelli della Toscana e (forse) dell’ Emilia Romagna. Con un ridimensionamento personale di tutti i big, che lo stesso Renzi ha quasi costretto a misurarsi. Mentre mancano 5 giorni alle elezioni, un’ iniziativa dopo l’ altra, il segretario non si risparmia. Sempre a Sky rispolvera una delle sue argomentazioni preferite: “Se il 5 marzo non ci sarà maggioranza è anche perché si è voluto dire di no a una riforma costituzionale che semplificava il sistema elettorale”. In realtà, era legata a una legge elettorale – l’ Italicum – che poi la Consulta ha dichiarato incostitizionale. Risponde così a Berlusconi che sostiene che il rapporto con lui è difficilmente ricomponibile: “Patto del Nazareno bis? Lo ha rotto Berlusconi, non era un accordo di governo o politico, era un’ intesa sulla riforma delle istituzioni”. Non è chiara la differenza. Quel che è certo è che non contempla scenari che vedano un governo nel quale non dà le carte.

 

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