Politiche 2018: the day after

L’esito del voto non è definitivo. Ma poco ci manca. Il M5S è il primo partito in entrambi i rami del Parlamento; la Lega supera Forza Italia e si mette a capo della coalizione di centrodestra; il Pd non sfonda la soglia critica del 20% (Renzi verso le dimissioni). Con queste percentuali l’Italia è ingovernabile. Vi proponiamo un estratto degli editoriali delle maggiori firme del giornalismo nazionale.

Repubblica. STEFANO FOLLI. Le proiezioni confermano e anzi accentuano gli exit poll. Soprattutto al Senato, dove lo scossone nelle previsioni avrebbe dovuto essere più contenuto e dove invece la spinta a destra è ben visibile. Si capisce che queste elezioni rappresentano un punto di svolta, un cambio di scenario politico le cui conseguenze potranno essere clamorose e dovranno essere valutate nelle prossime ore con la massima attenzione. Del resto, anche senza la certezza delle percentuali finali, le tendenze sembrano delineate. Vediamole. Avanzata dei Cinque Stelle oltre le previsioni, specie nel Mezzogiorno dimenticato, fino a toccare e superare la barriera del 30 per cento. Successo simmetrico del centrodestra che conquista il Nord e si espande verso il Centro; l’ alleanza litigiosa Berlusconi- Salvini- Meloni rimane salda al primo posto, ma al di sotto dell’ ambiziosa soglia del 39- 40 per cento che le avrebbe dato numeri certi in Parlamento. Il che delinea la fine del ciclo berlusconiano, soprattutto se fosse confermata una curvatura imprevista: è la Lega a raggiungere e superare Forza Italia e a occupare il centro della scena. Infine, è significativo il ridimensionamento del Pd di Renzi, scivolato al terzo posto e battuto quasi ovunque.

La Stampa. MARCELLO SORGI. Dalle urne del 4 marzo è uscito qualcosa che l’ Europa temeva e l’ Italia forse non s’ aspettava di queste dimensioni: la vittoria di un insieme populista e sovranista che va dal Movimento 5 Stelle alla Lega. Nella lunga notte in cui i dati affluivano lentamente dalla macchina del Viminale, sono cresciuti costantemente i numeri di queste liste, formalmente schierate su fronti opposti, ma al bisogno pronte a convergere. Soprattutto se si considera l’ elemento che accomuna il successo pentastellato, il fiato caldo alitato sul collo di Berlusconi da Salvini prima di sorpassarlo e l’ avanzata di Fratelli d’ Italia e di Giorgia Meloni: la portata del voto antisistema, da considerare non più come sfogo o protesta, perché punta dichiaratamente al governo. E lo fa, in nome di parole d’ ordine e obiettivi opposti a quelli dell’ establishment nazionale e sovrannazionale che finora ha tenuto ferma la barra dei rapporti con l’ Unione europea. Così, dopo quella che nel ’94 seppellì la Prima Repubblica, partorendo la Seconda, una nuova rivoluzione è partita in Italia. Il populismo, sconfitto dappertutto in Europa, qui ha vinto: o riuscirà a governare, o sarà in grado di inceppare il sistema. Con il voto di un elettore su tre, se davvero il Movimento 5 Stelle potrà dire di aver superato il 30 per cento, sarà grazie al consenso plebiscitario raccolto da Roma in giù. Percentuali che sfiorano quelle storiche della Dc nella sua età dell’ oro, quando i ras dello scudo crociato, i «signori della miseria», amministravano un sistema clientelare efficiente e costosissimo, che lo Stato a un certo punto non poté più permettersi.

Il Giornale. ALESSANDRO SALLUSTI. Guai in vista. La coalizione di centrodestra è avanti, ma almeno stando agli exit poll (l’ unico dato in nostro possesso al momento di andare in stampa) non abbastanza per pensare di avere la maggioranza parlamentare. I Cinquestelle, nelle proiezioni, sono andati meglio che nei sondaggi pre-voto, ma non abbastanza da pensare a un governo monocolore. Per la sinistra di Renzi è un tracollo, Grasso e Boldrini sembrano impantanati nelle secche. A complicare il quadro, nel centrodestra si profila il sorpasso della Lega su Forza Italia nella corsa alla guida della coalizione. Bisogna aspettare a trarre conclusioni perché il meccanismo dell’ attribuzione dei seggi potrebbe modificare in parte, ma forse anche in modo significativo, questo scenario di apparente mancanza di una maggioranza. L’ unica non dico certezza, ma almeno alta probabilità, è che Attilio Fontana, candidato del centrodestra, sarà il nuovo governatore della Lombardia mentre nel Lazio il candidato della sinistra, Nicola Zingaretti, è in leggero vantaggio su quello del centrodestra Stefano Parisi (lo spoglio delle schede inizierà solo oggi nel pomeriggio). Vediamo, aspettiamo, ma certo la matassa è molto ingarbugliata e toccherà al presidente della Repubblica dipanarla con grande cautela.

Libero. PIETRO SENALDI. Uno degli effetti perversi di questa legge elettorale che non consente a nessuno di governare se non grazie ad alleanze spericolate è che sapremo solo oggi pomeriggio, se ci va bene, su quanti seggi potrà contare ciascuna coalizione. Per ora ci si muove al buio, sulla base di exit-poll scarsamente affidabili. Tre risultati però appaiono abbastanza sicuri: la piena affermazione di Cinquestelle come primo partito, quella del centrodestra come prima coalizione, in una misura che però difficilmente le consentirebbe di ottenere la maggioranza assoluta, e il fatto che circa un elettore su due è contro l’ Europa. Risultato: il sistema elettorale Rosatellum ha centrato l’ obiettivo di garantire il caos e i numeri usciti dalle urne sembrano rendere impossibile una grande coalizione tra Pd, una parte del centrodestra e un gruppo di responsabili da reclutare tra le altre forze. Luigi Di Maio, malgrado i congiuntivi scassati e un gruppo di parlamentari che ricorda l’ Armata Brancaleone, giocherà un ruolo di primo piano nei prossimi giorni. Non ci sarebbe da stupirsi se il capo dello Stato, Sergio Mattarella, gli affidasse il compito di formare il governo. Da primo partito, M5S potrebbe infatti fungere da magnete e attirare vari parlamentari. A questo punto di fronte al leader grillino si aprirebbero due strade. La più probabile è quella che ipotizza da settimane sulle colonne di questo giornale il nostro direttore editoriale, Vittorio Feltri, secondo il quale si andrà incontro a un’ alleanza tra grillini, Liberi e Uguali di Grasso e Bersani e Pd.

Corriere della Sera. MASSIMO FRANCO. Si profilano una vittoria netta del Movimento 5 Stelle in versione edulcorata, meno antisistema e quasi «di governo»; un risultato in chiaroscuro del centrodestra, con la Lega in corsia di sorpasso su Forza Italia, molto ridimensionata; e una sconfitta per il Pd e la sinistra in generale, di dimensioni storiche. Ma la grande perdente del voto del 4 marzo è anche una riforma elettorale nata per fermare i grillini e costretta a registrarne i consensi intorno se non oltre il 30%; e messa sotto accusa dopo i ritardi registratisi ieri in diversi seggi per schede sbagliate e procedure farraginose: un pasticcio tale che sarà necessario aspettare stasera per avere i dati definitivi. Si possono solo analizzare, dunque, le tendenze di elezioni che stanno delineando una situazione simile a quella del referendum costituzionale del 4 dicembre del 2016: nel senso che sanciscono l’ affermazione delle forze estremistiche schierate allora per il No, e umiliano quelle di governo. La grande “periferia” dell’Italia, sociale, politica, economica, bussa rumorosamente alle porte di un potere che non è stato in grado di vedere quanto stava accadendo. E ora lo subisce. Ma questo non può nascondere la realtà di un Parlamento probabilmente privo di maggioranza; e di un’ opinione pubblica che per un terzo avrebbe scelto il movimento di Beppe Grillo e Luigi Di Maio; ma per il 70 per cento si aspetta una soluzione diversa. Non sarà facile trovare la bussola.

Il Fatto Quotidiano. MARCO TRAVAGLIO. E meno male che Grillo aveva chiuso l’ èra del Vaffa. Ieri gli italiani, eroicamente in fila al freddo, anche per ore, nel tentativo di votare con la legge elettorale più demenziale del mondo, hanno urlato un gigantesco, supersonico Vaffa all’ Ancien Régime che per mesi aveva tentato di convincerli a restarsene a casa, tanto non sarebbe cambiato nulla e ci saremmo ritrovati il solito governo Gentiloni. Invece a votare gli elettori ci sono andati eccome, a dispetto di tutto e di tutti, come già al referendum costituzionale. Hanno ignorato la propaganda terroristica dei “mercati”, che ancora una volta volevano insegnarci come si vota e soprattutto per chi (i soliti). Hanno smascherato i doppiopesismi di chi per tre mesi è andato a cercare le pagliuzze nell’ occhio dei “populisti” e intanto copriva le vergogne degli altri al punto da riabilitare un vecchio arnese come Berlusconi. E hanno affondato, si spera definitivamente, questo sistema marcio dalle fondamenta. Ma al contempo hanno preso in mano la bandiera della Costituzione, della democrazia e della sovranità popolare, da tempo ammainata da un establishment geneticamente golpista. E hanno scompaginato i giochetti che il sistema, con i suoi mandanti internazionali e i suoi media a rimorchio, credeva di aver già concluso nelle sue segrete stanze, all’ insaputa degli elettori. I numeri sono ancora scritti sull’ acqua: non solo le percentuali, ancora affidate (mentre scriviamo) a proiezioni molto parziali; ma anche e soprattutto la loro traduzione in seggi.

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