Pd al 18%. Renzi dimissionario, ma dopo il nuovo governo

Ad urne chiuse, il risultato del Pd è sconcertante: sotto la soglia di sopravvivenza del 20%. Il segretario Matteo Renzi ha annunciato le dimissioni, ma non subito. Come ultimo atto intende guidare il partito fino alla composizione del nuovo governo. Con ogni probabilità sarà lui a presentarsi di fronte a Mattarella per le consultazioni.
Una presa di posizione che ha già causato molti malumori: l’ennesima frattura del Pd è dietro l’angolo.

 

Repubblica. LA NUOVA ERA DEL PD. Annuncia le dimissioni dalla segreteria del Pd, ma è pronto a gestire comunque la crisi politica che si è aperta il 4 marzo e si chiuderà chissà quando. Poi, soltanto poi, arriverà il congresso. «Le elezioni rappresentano una sconfitta netta – premette Matteo Renzi – che ci impone di aprire una pagina nuova all’ interno del Pd. Ed è ovvio che io debba lasciare la guida del partito ». Lascia, insomma. Ma senza fissare una data certa per l’ assise chiamata a scegliere il nuovo segretario. La scaletta, infatti, prevede che il renzianissimo presidente dem Matteo Orfini – anch’ egli dimissionario – convochi per lunedì prossimo una direzione nazionale durante la quale indire un’ assemblea nazionale chiamata a varare la fase congressuale. Che partirà però soltanto «al termine della fase di insediamento del nuovo Parlamento e della formazione del governo».

 

Il Messaggero. COLPA DI TUTTI. Non poteva finire peggio. Il crollo del Pd, la dimissioni fantasma di Matteo Renzi, le accuse del segretario a Sergio Mattarella e a Paolo Gentiloni rei di avergli impedito di andare alle elezioni l’ anno scorso, il no a un governo con i Cinquestelle, innescano la bagarre. Tutti contro tutti. E tutti in armi. Con i big del partito che tagliano i ponti con il segretario. E’ una giornata buia per il Partito democratico. E non solo perché in meno di 4 anni i consensi si sono dimezzati: dal 40% delle europee al 18% di ieri. Complice il clima pesante del Nazareno, i veleni e i sospetti, ma soprattutto le accuse di Renzi al premier e al capo dello Stato, innescano la reazione di Gentiloni e il gelo del Quirinale. «Sono sconcertato», fa sapere ai suoi il presidente del Consiglio, «uno può decidere di dare o non dare le dimissioni. Ma è inaccettabile che chi ha perso le elezioni addossi la colpa a me e al capo dello Stato perché gli avremmo impedito di votare in aprile o nel settembre scorsi. Non solo, ora la responsabilità sarebbe anche di Minniti che non ha saputo vincere il suo collegio a Pesaro».

 

Corriere della Sera. LA VERSIONE DI CUPERLO. Gianni Cuperlo, esponente della minoranza del Pd, si aspettava le dimissioni dilazionate di Renzi? «Dal segretario di un partito che esce pesantemente sconfitto dal voto, mi sarei atteso un’ assunzione di responsabilità, come classe dirigente, che non passasse solo dall’ affermazione: “Prendo atto e me ne vado” ma da un’ analisi dei limiti dell’ azione condotta in questi anni». Invece . «Invece la sensazione è stata quella di una rivendicazione delle buone cose fatte (e ce ne sono) ma tornando, e lo trovo incomprensibile, a una riforma costituzionale che l’ elettorato ha bocciato e che, a suo dire, avrebbe potuto arginare la situazione attuale». Renzi accusa Mattarella di non aver concesso due finestre elettorali più favorevoli. «Passaggi francamente inaccettabili. Come anche la scelta di rinviare le dimissioni a dopo la formazione del nuovo governo». Cosa avrebbe dovuto fare? «Abbassare i toni, analizzare con umiltà un risultato che spinge il Pd al punto più basso, portandolo vicino al rischio implosione. Dico a Renzi: la campagna elettorale è finita, non possiamo aprirne subito un’ altra. Abbiamo due sentieri davanti: ricostruire il rapporto col Paese cercando di capire cosa si sia spezzato nel nostro legame con l’ elettorato. E affrontare il nodo di una riforma elettorale che non consente la formazione di una maggioranza». I l segretario paventa i “caminetti”. Ha ragione? «Nessuno chiede i caminetti, ma di fronte a una successione di sconfitte fino a questa, non si può pensare di risolvere un grumo di problemi con una nuova conta, o solo con primarie che riproducano meccanismi già visti».

Il Fatto Quotidiano. LA VERSIONE DI EMILIANO. “Renzi rischia di provocare una catastrofe democratica all’ Italia e di far esplodere il Pd. Vuole impedire che il partito sostenga i 5Stelle, perché per sopravvivere a se stesso è disposto anche a provocare lo stallo del sistema politico”. Il segretario dimissionario ma non troppo del Pd ha da poco finito di parlare, quando il governatore della Puglia Michele Emiliano spiega al Fatto tutte le ragioni per cui dovrebbe farsi da parte, “e in fretta”. Renzi ha attaccato duramente anche il Quirinale. E vuole gestire questa fase, “per impedire l’ inciucio tra il partito e gli estremisti”. Il suo discorso potrebbe anche essere coerente, no? Renzi offende 11 milioni di cittadini, molti dei quali prima votavano per il Pd. E mentalmente non è affatto dimissionario. La sua tesi è che nelle urne è stato un disastro solo perché gli italiani non lo hanno capito, non per i suoi errori. E uno così non lo convinci neppure se lo fai parlare con Mosè. La botta è stata forte, può essere anche una reazione di pancia, comprensibile. No, è la struttura di un giovane che ha provocato alla sinistra il più grave danno dopo l’ Aventino. Con il suo no al cambiamento democratico può portare il Paese alla catastrofe. Dice no ai principali avversari del partito. Ha un senso. Lo fa solo perché non vengano intaccati certi interessi dello status quo. Si conferma come quello che doveva garantire tutto il vecchio, perché nulla cambiasse: questo è stato il renzismo.

La Stampa. IL PARTITO DI MATTARELLA. Dentro il Partito democratico – questa è la certezza di Matteo Renzi – è nato un nuovo partito: il partito di Sergio Mattarella. È nato alle prime luci dell’ alba del 5 marzo ed ha registrato subito due iscritti d’ eccellenza: Paolo Gentiloni e Dario Franceschini. Primo punto del programma di questo partito, sarebbe lavorare al varo di un governo che veda assieme Movimento Cinque Stelle e Pd. Il secondo punto dl programma è solo la logica conseguenza del primo: isolare e dare scacco matto al segretario in difficoltà. Un partito-fantasma, dunque. Ma con obiettivi assai concreti. Erano giorni, ormai, che Renzi sentiva scendere dal Colle del Quirinale una brezza che non lo convinceva affatto. E dalla notte di domenica, quella brezza si è trasformata in vento teso: il capo dello Stato, alla luce dei risultati, non esclude la possibilità di un governo del Movimento Cinque Stelle. Ma come elemento di garanzia (verso i mercati, Bruxelles e i grandi investitori) vorrebbe che di quell’ esecutivo facessero parte anche ministri del Pd. Un rospo difficile da ingoiare per un segretario che aveva chiuso la sua campagna elettorale con due slogan fatti più o meno così: mai al governo con estremisti e populisti; se il Pd non sarà il primo gruppo parlamentare, resterà all’ opposizione. Concetti che, se non fossero stati sufficientemente chiari, Renzi ripetuto nella breve conferenza stampa di ieri: che doveva segnare il passo d’ addio per il segretario battuto e che si è invece trasformata nel punto di partenza di un percorso lungo e assai accidentato. Questa, almeno, è la convinzione dei sempre più numerosi (e spavaldi) nemici del segretario. Non è tanto questione che riguardi la già dichiarata minoranza interna di Andrea Orlando, che insiste – con scarse possibilità di successo – soprattutto per una gestione collegiale della fase che dovrà portare alla nascita di un nuovo governo. A registrare le maggiori preoccupazioni sono uomini fino a ieri alleati di Renzi e che oggi vedono nella posizione ribadita dal segretario (mai al governo con i Cinque Stelle) soltanto l’ occasione per riaprire uno scontro che potrebbe produrre nuovi strappi e lacerazioni.

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