Il Pd a Martina. Passa la linea Renzi: dem all’opposizione

La direzione del Partito Democratico si è aperta con l’ufficialità delle dimissioni dell’ex premier e segretario Matteo Renzi. La guida, per il momento, è andata a Maurizio Martina in qualità di reggente fino ad aprile, quando l’ assemblea eleggerà il nuovo segretario (ma senza primarie e senza congresso). Sarà quindi il ministro dell’Agricoltura a guidare la delegazione Pd nelle consultazioni per il nuovo governo con un’unica garanzia: il Pd starà all’opposizione.

Repubblica. IL DOROTEO. Un giorno gli domandarono in tv: «Ma lei non sarà un po’ troppo democristiano?». «Lo considero un complimento», sorrise Maurizio Martina. Tutti adesso sostengono che il reggente del Pd si muova da doroteo. Sempre in maggioranza, solo che stavolta la maggioranza è lui. O meglio, assieme a Graziano Delrio ha in mano le chiavi del partito, gli equilibri dei gruppi parlamentari, in fondo anche il futuro di Matteo Renzi. Può costringerlo in minoranza, oppure rianimarlo. Martina segretario per un paio di mesi, sulla carta. Però che mesi, i più delicati della storia del Pd. Leader pro tempore, ma si sa: da cosa nasce cosa e nessuno può scommettere quando davvero finirà questa reggenza. Guerra per finta doveva essere, guerra per finta si è confermata la direzione di ieri. E lo stesso valga per i “bravo Martina”, “avanti Martina” che tutti i big dem, renziani e antirenziani, hanno tributato al traghettatore. Per chi è diventato ministro a 35 anni, scalando la Sinistra giovanile e poi i dem, un sogno da preservare. Come? Trasformandosi nel punto d’ equilibrio da consolidare. La verità, però, è che nei sotterranei del Nazareno già si combatte la sfida della vita: quella per i nuovi capigruppo. Sta tutto in due elenchi: neo eletti Camera, neo eletti Senato. Ci lavorano da giorni gli uomini del Giglio Magico, li stropicciano dal 5 marzo gli avversari di Renzi. Una conta, quanto brutale lo decideranno proprio Martina e Delrio.

Il Fatto Quotidiano. CHI E’ MARTINA? Il primo dato che colpisce di Maurizio Martina sono gli anni: non ne ha neanche 40, li compie a settembre, eppure fa politica dal liceo. In un quarto di secolo, Martina è sopravvissuto ai capi di partito, alle sconfitte elettorali, a una mutazione ideologica che l’ ha portato dalla sinistra al renzismo e adesso oltre. Il segretario reggente, traghettatore del Nazareno verso l’ ignoto dopo la batosta del 4 marzo, è la figura perfetta perché incarna la mediazione intellettuale e la modestia mediatica: di Martina non si ricorda niente, se non la serie di incarichi che ha accumulato. Non c’ è una gaffe, una frase, un’ espressione che aiuti a riconoscere Martina. Ha sempre la stessa (bonaria) faccia serena. Soltanto l’ autunno scorso, per l’ uscita del volume che compendia la sua esperienza di ministro per l’ Agricoltura (Dalla Terra all’ Italia, Mondadori), si è lasciato andare in una posa un po’ renziana per la camicia bianca e un po’ bersaniana per le maniche arrotolate.

 

Corriere della Sera. VOLEMOSE BENE. Un mese di tempo per far sedimentare i detriti e ripartire dal documento unitario votato anche dalla minoranza, con 7 astenuti tra cui Emiliano. «Un capolavoro» esultano orlandiani, gentiloniani, franceschiniani, cuperliani, sollevati perché «Renzi va a casa e Martina accetta un organismo collegiale». A metà aprile i mille delegati dell’ assemblea, in maggioranza renziani, decideranno come e quando eleggere il segretario. Ma il dato politico è che il congresso è rimandato, il Pd archivia le primarie e conferma la linea di opposizione. «Cari Di Maio e Salvini, non avete più alibi – scandisce Martina -. Prendetevi le vostre responsabilità». Ma nel documento finale il Pd apre a un governo istituzionale e «garantisce al presidente della Repubblica il proprio apporto nell’ interesse generale». In prima fila siede Paolo Gentiloni, descritto come un leader che invita al «volemose bene». Il reggente cita Churchill e sprona a trasformare la sconfitta in «riscossa». Veltroni non c’ è, Zingaretti ricambia gli elogi di Martina: «Bene. Unità, confronto e innovazione». E così il tentato blitz di Orfini e Martina, che speravano di chiudere senza dibattito, viene respinto dalle minoranze di Orlando e Cuperlo, decimate quanto determinate a «non consegnare il reggente a Renzi».

Libero. LO SPAURACCHIO RENZI. Si torna all’ antico. C’ è la necessità di prendere tempo. Perché le scadenze istituzionali imporranno difficili discussioni. E perché, per ora, non ci sono leadership in grado di imporsi senza dilaniare un partito sfiancato da una sconfitta storica. Ci sono ipotesi: Nicola Zingaretti, come spera la sinistra interna, o Graziano Delrio, come prefriscono i renziani. Ma è presto. Martina, di fronte a una sala, racconta chi era dentro, annoiata e concentrata sugli schermi degli smartphone, promette di guidare il partito con il «massimo della collegialità». Propone un «coordinamento» che coinvolga «tutti, maggioranza e minoranze». Ossia quel “caminetto” che Renzi aveva rifiutato. Conferma, poi, la scelta di stare all’ opposizione: «La nostra sconfitta è stata netta. Ora tocca a chi ha ricevuto maggior consenso l’ onore e l’ onere del governo del Paese». Ringrazia poi Nicola Zingaretti per la vittoria nel Lazio e Paolo Gentiloni. Matteo Renzi è a Firenze. Ma la sua presenza si fa sentire. Non solo per un’ intervista al Corriere della Sera dove maltratta Gentiloni, prendendosela con quei «candidati» che hanno chiesto il voto a loro stessi e non al Pd. Ma, poche ore prima che inizi la direzione, scrive una e-news dove mette in chiaro che non intende sparire. «Io non mollo. Mi dimetto da segretario del Pd come è giusto fare dopo una sconfitta. Ma non molliamo, non lasceremo mai il futuro agli altri». A queste parole si riferisce Andrea Orlando, capo della ormai sempre più sparuta minoranza, quando in direzione chiede di evitare «strategie maoiste»: «Non possiamo fare a meno di quel che ha rappresentato Renzi, ma nemmeno pensare che mentre si cerca di riorganizzare il partito c’ è chi da fuori spara sul partito, secondo una metodologia inaugurata da Mao». Forse l’ ex segretario non intende sparare al fortino assediato, ma di sicuro vuole ancora condizionarlo. E può, potendo contare su numeri che stanno dalla sua sia negli organismi interni, sia nei gruppi parlamentari.

Il Giornale d’Italia. NE’ LEGA NE’ M5S. “Chiedo unità”. E poi ripete il dogma renziano post -voto: niente abbraccio a Lega e M5S: “Alle forze che hanno vinto diciamo una cosa sola: ora non avete più alibi. Ora il tempo della propaganda è finito. Lo dico in particolare a Lega e Cinque Stelle: i cittadini vi hanno votato per governare, ora fatelo. Cari Di Maio e Salvini prendetevi le vostre responsabilità” mentre il Pd “continuerà a servire i cittadini dall’ opposizione, dal ruolo di minoranza parlamentare”. Non esce dal solco Graziano Delrio: “Abbiamo ricevuto una cartolina netta, chiara, dagli elettori. Noi sta remo dove ci hanno messo gli elettori: all’ opposizione”. E ancora: “Quando il Paese si renderà conto che le promesse saranno irrealizzabili, gli elettori chiederanno conto”. Ma la prospettiva della traversata del deserto piace poco, il clima da processo, con Renzi sul banco degli imputati, prende forma quando parla l’ eterna voce critica Gianni Cuperlo: “La responsabilità intera non va scaricata sul segretario, coinvolge una classe dirigente e ha radici che vengono da lontano ma se vogliamo affrontare ciò che ci dice il popolo italiano serve un cambio di linea” e “non l’ ho riscontrato”. Chiaramente lo scenario diventa un governo di scopo: “Noi non dovremo fare la stampella di nessuno, ma non credo che si debba escludere la terza forza del Parlamento della Repubblica dal compito che deriva dalle urne e che è fare politica: usare il consenso per cercare lo sbocco possibile, anche con l’ ipotesi di un governo di scopo che si rivolga al complesso degli schieramenti con un programma limitato e poi il ritorno alle urne”, mentre per il partito la cura è “azzerare la segreteria e costituire subito una collegialità che coinvolga la ricchezza del nostro pluralismo. Colmando la ferita prodotta in quest’ ultima notte sulla composizione delle liste”.

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