Centrodestra allo stress-test. Il summit è un flop

Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini a cena a Palazzo Grazioli con un unico intento: definire il destino della coalizione del centrodestra. Il leader del Carroccio sembra propendere per un patto di ferro con i 5s. Berlusconi guarda con favore ad un’alleanza con il Pd. La Meloni, presa tra due fuochi, tenta di mediare. Sul tavolo c’è anche la questione più stringente: la presidenza delle Camere, che si deciderà a fine mese, prima dell’ avvio delle consultazioni al Quirinale per la formazione dell’ esecutivo. Il summit si è concluso con un nulla di fatto.

Il Messaggero. IL SUMMIT. La legislatura dipenderà dalla tenuta del centrodestra. Se si rompe la coalizione, può partire una slavina che si fermerà magari col passare del tempo a un governo M5S-Lega con legge elettorale maggioritaria e voto subito in un nuovo schema bipolare: io contro di te, e vediamo chi vince. Scenario possibile? Tutto sembra possibile. Ma un punto fermo, almeno uno, già c’ è: «Governo con i 5 stelle? Di sicuro mai un governo con il Pd», dice Salvini in giornata. E in serata, c’ è il vertice a Palazzo Grazioli con Berlusconi, Salvini e Meloni. La delicatezza dell’ incontro è ben presente a tutti e tre i protagonisti. Il primo ad arrivare è Salvini, e Berlusconi lo accoglie così, sorridendo: «Qui il padrone di casa sono io, ma il padrone della casa del centrodestra ormai sei tu». Uno scherzo, ma anche la realtà. E così, nel summit – anche per evitare un accordo Lega-M5S sulle presidenze delle Camere e eventualmente su un eventuale governo – si decide di dare a Salvini il mandato di trattare cercare voti tra i grillini. Ma non tanto trattando con Di Maio, bensì prendendoli random tra i cinque stelle disponibili. E Berlusconi a Matteo e a Giorgia: «Guardate che poi non sono tutti tanto male. Qualcuno responsabile che potrebbe votare il nostro governo e i nostri presidenti si trova. Sono talmente tanti… E molti sfuggono al controllo di Di Maio e di Casaleggio». Su questo schema di apertura ai grillini, però, la Meloni non è d’ accordo. Il clima comunque è buono. La cena, dicono i presenti, anche. Si cerca di non litigare. Ci si riesce. A un certo punto la Meloni propone: «Matteo, perché il presidente del Senato non lo fai tu?». Sarebbe un modo per facilitare l’ incarico per Palazzo Chigi o forse no. Comunque Salvini prende tempo. Per Berlusconi, l’ importante è che Salvini non tratti in proprio con M5S. Perché sennò, salta tutto e la coalizione non c’ è più». Si stanno sforzando di evitare questo big bang. E la serata di ieri sembra un passo avanti nell’ unità. Che comunque è sempre a rischio.

Libero. NULLA DI FATTO. Silvio Berlusconi si alza da tavola con la sensazione di non essere riuscito a convincere il suo ospite. «Alla fine vedrete, farà di testa sua», confessa il Cavaliere ai suoi collaboratori. In realtà, Matteo Salvini non dice no alla richiesta di maggiore collegialità. È giusto che il centrodestra, nel rispetto dei propri elettori, si mantenga «unito e affronti» l’ inizio della diciottesima legislatura «concordando la linea». Su questo punto, Berlusconi, Salvini e Giorgia Meloni si trovano d’ accordo. Il problema è passare dalla teoria alla pratica. Non è facile. Seduti al desco, a Palazzo Grazioli, si sono confrontate due persone che vogliono comandare. Salvini è arrivato primo nella competizione del centrodestra e, in base agli accordi stipulati alla vigilia del voto con i suoi “soci”, ora è il leader della coalizione. Berlusconi ha accettato, suo malgrado, questa situazione inedita per lui. Non è abituato a essere il numero due. Però si è autoproclamato “regista” dell’ alleanza. Che significa? È un altro modo per dire che non intende abdicare. Silvio insiste: «È un errore chiudere la porta al Pd», considerando i democratici l’ unico interlocutore possibile nel Parlamento disegnato dal voto del 4 marzo. Offrire la presidenza di una delle due Camere a loro significa avviare una stagione di distensione con la sinistra e allontanare il rischio di voto anticipato. Alla obiezione salviniana («Mai con chi ha distrutto l’ Italia in questi anni»), Berlusconi replica che, con le dimissioni di Matteo Renzi, anche i principali protagonisti di quella stagione politica finiranno giocoforza nelle retrovie. Il problema, insomma, è risolvibile, continua il Cav. «Questo è il momento di far lavorare il cervello, non i muscoli», ha ammonito il presidente di Forza Italia, la scelta della seconda e della terza carica dello Stato non può essere ridotta a un mero calcolo aritmetico, è una «questione politica importante, serve una riflessione comune per giungere a una proposta unitaria».

Il Manifesto. BERLUSCONI ALL’ANGOLO. Il leader del Carroccio stempera la tensione negando che ci siano già stati rapporti con M5S per spartirsi le presidenze, ma poi la rinfocola parlando da leader dell’ intera destra «ascolterò come è mio dovere tutti ma prima incontrerò gli alleati»- cosa che per definizione manda su tutte le furie l’ alleato d’ Arcore che infatti prende malissimo l’ intemerata. In realtà i contatti tra Carroccio e 5S ci sono stati eccome. Sono fondamentali per replicare al martellamento di Berlusconi sulla necessità di allearsi con il Pd. Salvini risponde che per quanto lo riguarda non se ne parla nemmeno e anche sull’ ipotesi di piazzare un forzista, Paolo Romani, alla presidenza del Senato chiude ogni spiraglio. Il passaggio di ieri su M5S, così come le iniziative diplomatiche segrete ma non troppo di questi giorni, mirano allo stesso obiettivo: chiudere Berlusconi in una strada senza uscita. Se negherà i suoi voti a un presidente della camera leghista, Salvini li cercherà trattando con Di Maio. Se si dovesse arrivare a un voto del centrodestra diviso sulle presidenze, che sancirebbe la fine della coalizione, il leghista, pur preferendo di gran lunga mantenere unita la destra, prenderà in seria considerazione l’ ipotesi di una maggioranza di governo con i 5Stelle.

Il Fatto Quotidiano. FORZA ITALIA IN RIVOLTA. All’ interno del braccio di ferro tra Lega e FI s’ inquadra anche la scelta del partito berlusconiano di formare gruppi unici con la componente di Noi con L’ Italia. Otto parlamentari sono poca cosa, ma diventano strategici nel momento in cui 4 senatori in più consentiranno a Fi di superare la Lega a Palazzo Madama, diventando il primo gruppo del centrodestra. Tensioni e veleni tra alleati, dunque. Ma pure all’ interno dei neo parlamentari azzurri. Tra i deputati azzurri, infatti, è già partita la prima rivolta contro Renato Brunetta. I due ex capigruppo Brunetta e Romani, infatti, sono in odore di proroga, almeno fino quando non sarà più chiaro il quadro generale. Ma su Brunetta è scoppiata la bagarre e questo potrebbe far saltare anche Romani. Se così fosse Berlusconi sarebbe costretto a rinnovare entrambe le cariche: a Montecitorio andrebbe così in scena un derby tutto al femminile tra Mara Carfagna e Mariastella Gelmini (ovvero partito del Sud contro quello del Nord), mentre a Palazzo Madama se la giocherebbero Anna Maria Bernini, Andrea Mandelli e Lucio Malan. Su questo fronte se ne saprà di più oggi alla riunione congiunta dei gruppi parlamentari, dove i deputati azzurri hanno intenzione di chiedere la votazione sul capogruppo. Sarebbe una dichiarazione di guerra verso l’ ex ministro della Pubblica amministrazione.

La Stampa. LA STRADA COMUNE. Poi alla fine una strada comune l’ hanno trovata nel farsi rappresentare da Salvini nelle trattative ma ognuno rimane diffidente nei confronti degli altri. Berlusconi, che ieri aveva accanto Licia Ronzulli e Niccolò Ghedini (assenza significativa di Gianni Letta), ha provato a smussare gli angoli. Ha detto che senza dubbio farà proporre al Quirinale Salvini come premier, magari per un incarico esplorativo e cercare nelle aule dei «volenterosi». «Il problema – ha detto La Russa – è che mancano i volenterosi». Allora si è passato al piano B: provare a smuovere il Pd senza l’ indicazione di Salvini come premier. Piano presto accantonato perché l’ interessato non si vuole mettere da parte. Si è escluso da parte di tutti l’ ipotesi di un accordo con i 5 Stelle e alla fine si è planati sul peggiore dei piani, quello D ovvero una sorta di governo di scopo sostenuto da tutte le forze politiche e parlamentari che porti di nuovo al voto con un’ altra legge elettorale. Berlusconi ha spiegato che questa potrebbe essere una soluzione, l’ ultima spiaggia, ma che in ogni caso occorre rispondere all’ appello di Mattarella alla responsabilità. «Non si può immaginare – ha osservato l’ ex Cavaliere – di richiamare gli italiani alle urne tra sei mesi o un anno. Rischiamo di essere travolti dai 5 Stelle».

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