Lega-M5S: al via le prove di coalizione

Punti in comune ma anche di scontro. Dopo l’elezione dei presidenti di Camera e Senato, tra M5S e Lega si tratta per la formazione del prossimo governo. Sull’abolizione della legge Fornero e lo stop definitivo allo ius soli sembrerebbe già esserci l’intesa; per la flat tax e il reddito di cittadinanza bisognerà trattare. Le frizioni riguardano l’indicazione del possibile premier: per Salvini spetterebbe al centrodestra (Berlusconi ha infatti imposto il veto su Di Maio a Palazzo Chigi). I grillini, in virtù del risultato elettorale, sono fermi sulla nomina del loro capo politico.

Corriere della Sera. PAROLE AL MIELE. Ancora una settimana di mosse tattiche e poi – da martedì 3 aprile, quando inizieranno le consultazioni al Quirinale – i partiti del centrodestra e il M5S, che si candidano al governo del Paese, dovranno elencare al presidente della Repubblica quali sono i punti principali dei loro programmi e, soprattutto, su quali numeri possono contare in Parlamento per realizzarli. In questo difficile gioco ad incastro, per ora si rafforza solo l’ asse Lega e M5S. Anche se Matteo Salvini insiste su un punto caro a Silvio Berlusconi: «Nel rispetto di tutti, il prossimo premier non potrà che essere indicato dal centrodestra, la coalizione che ha preso più voti e che ha dimostrato compattezza, intelligenza e rispetto degli elettori. Noi siamo pronti». Però, ora anche da parte di Beppe Grillo, si intensifica il corteggiamento nei confronti di Salvini già avviato da Luigi Di Maio: «Salvini è uno che quando dice una cosa la mantiene, il che è una cosa rara», fa filtrare il comico genovese impegnato con il suo spettacolo a Roma. Eppure, nella prospettiva di un governo a due, la questione della leadership (Di Maio o Salvini?) è tutt’ altro che risolta. Meglio, allora, parlare dei programmi, come ha fatto Giancarlo Giorgetti – l’ eminenza grigia della Lega – intervistato nel Faccia a faccia di Giovanni Minoli in onda su La7.

La Stampa. PUNTI IN COMUNE. In fondo la più evidente incompatibilità programmatica, la flat tax al 15 per cento da un parte e il reddito di cittadinanza dall’ altra (che reddito di cittadinanza non è, ma reddito d’ inclusione e di formazione al lavoro), nascono dalla medesima esigenza di rimettere al centro l’ economia reale contro quella incorporea della finanza: i piccoli imprenditori del Nord e i grandi disoccupati del Sud sono vittime opposte del medesimo nemico. Fra i cinque stelle cominciano a girare (a girare, se poi siano letti e da chi non sapremmo) i volumi di Joseph Stiglitz in cui si prevede l’ uscita dall’ euro, ma come ultima possibilità; la Lega ha già in campo Alberto Bagnai, meno prestigioso e più oltranzista di Stiglitz, ma comunque è finito il tempo delle utopistiche piazzate monetarie: i due partiti si avvicinano all’ idea che non sia saggio conservare la rigidità dell’ euro in fatto di bilanci statali quando tutto il resto è flessibile, il mercato e il diritto del lavoro, i sistemi fiscali. Sì, sono belle parole. Poi che politiche possano produrre è abbastanza ignoto, ma Salvini parla a Di Maio come ex commesso di Burghy, e Di Maio parla a Salvini come ex steward dello Stadio San Paolo. Loro sono già più flessibili dell’ euro.

Il Fatto Quotidiano. LE OPZIONI IN CAMPO. Opzione Cacciari. È l’ appoggio esterno del Pd a un governo monocolore M5S . Anche Bersani chiese lo stesso al M5S nel 2013 e il M5S fece benissimo a non starci, solo che lo disse e spiegò malissimo. Se Di Maio ci casca, il Pd lo disarciona dopo pochi mesi per poi dire: “Visto? Quelli lì sono inaffidabili”. A quel punto, nelle urne, potrebbe succedere di tutto. Al Pd tale strada conviene e basta, mentre il M5S ha solo da rimetterci. Opzione Flores D’ Arcais. Non un accordo di governo, ma un’ azione autonoma del M5S rivolta al Pd. Tipo Rodotà nel 2013. I 5 Stelle dovrebbero ribadire i loro punti qualificanti e proporre un Premier à la Zagrebelsky o Montanari, con governo fatto da “tecnici buoni” graditi a Mattarella. Secondo Flores D’ Arcais, il Pd “non potrebbe dire di no”. Invece secondo me lo direbbe eccome. Come lo disse nel 2013 (vergogna imperdonabile). L’ errore di Paolo è quello di immaginare – o sperare – un Pd già derenzizzato, quando invece sono ancora quasi tutti renziani e pur di non appoggiare i 5 Stelle preferirebbero pure la morte. Quindi pure Berlusconi. O Renzi, che è poi la stessa cosa, però con molto meno talento. Opzione Travaglio. Un governo che contempli un vero accordo politico tra M5S e Pd. Premier Di Maio, vicepresidenti due del centrosinistra (tipo Grasso e Minniti). I ministri, anche qui, sarebbero “tecnici buoni” un po’ quota 5 Stelle e un po’ quota Pd, per dimostrare che non tutti i tecnici sono efferati come Monti. Ci si arriverebbe tramite un lavorio di mesi tra M5S e Pd, che dovrebbero cercare un punto d’ incontro su reddito di cittadinanza, legge anticorruzione, legge Fornero, evasione, Rai, eccetera. Poi, come in Germania, andrebbe chiesto ai rispettivi elettorati se sono d’ accordo con un governo così. Nel frattempo i mesi passerebbero, ma la gestione potrebbe essere data a Gozi, che tanto non è stato eletto e quindi ha molto tempo libero. Tutto ciò presuppone da un lato l’ elasticità di tanti talebani grillini e dall’ altro la derenzizzazione fulminea del Pd. Opzione bella sulla carta, ma altamente improbabile. Opzione Gomez. Il Pd prima o poi cederà, per paura delle elezioni, istinto di sopravvivenza (conservarsi la poltrona) e per i poteri taumaturgici di Mattarella. Può essere, ma anche qui i 5 Stelle avrebbero tutto da perdere. E forse pure il paese: sarebbe un governo forzato, nato stanco e prossimo alla morte.

Il Giornale. SI PARTE CON LA FORNERO. È un fatto che invece di rimarcare le differenze, Di Maio stia enfatizzando i temi sui quali è più facile andare d’ accordo con i possibili alleati. A cominciare dalla riforma della Legge Fornero, un punto sul quale Salvini, per dire, concorda in toto. Certo che con il numero uno della Lega, che dal suo canto lavora alla leadership della coalizione dopo il successo elettorale, Di Maio è anche in competizione diretta, proprio per Palazzo Chigi. Ma sul punto il pentastellato non sente ragioni: a capo di un governo fondato su questa strana alleanza dovrebbe esserci lui, che ha fatto il pieno di voti presentandosi alle urne come candidato premier. Negli interventi e nelle interviste, ora, Di Maio cerca di raccogliere consensi tra i potenziali alleati, senza scordarsi di tenere buona la base. Ribadendo di aver chiuso il cerchio delle presidenze «mantenendo integrità e coerenza», e «tenendo fede ai nostri valori», oltre che «informando i cittadini» e i militanti di ogni trattativa portata avanti nelle ultime settimane. Ma, appunto, accanto alla promessa di sfoltire i vitalizi e i costi di Montecitorio dopo l’ elezione di Fico, ecco che nello snocciolare i temi più caldi su cui mettersi al lavoro chiedendo la convergenza di altre forze politiche, spuntano argomenti presenti nell’ agenda dei partiti di centrodestra. Oltre alla Fornero, un tema caro tanto alla Lega quanto a Fi come il taglio delle tasse per gli imprenditori, la previsione di aiuti alle famiglie che fanno figli e «aiuti per i giovani che hanno perso il lavoro». Una proposta che strizza l’ occhio al «reddito di autonomia» che vorrebbe la Lega in Lombardia. Mentre agli elettori del Carroccio non va giù il reddito di cittadinanza, visto come un ritorno dell’ assistenzialismo. Nella caccia a un patto con Salvini e con il centrodestra resta la spada di Damocle della base che potrebbe non apprezzare il cambiamento da forza «dura e pura», restia a ogni alleanza, a movimento politico che ha scoperto il realismo.

Libero. TERRENO FERTILE. A Bruxelles e nelle Cancellerie aspettano Lega e grillini al varco, pronti a strillare contro i «populisti inaffidabili», ma centrodestra salviniano e Movimento stanno buttando giù l’ embrione di un’ intesa. Oltre a farlo intendere Di Maio, con le parole al miele per Salvini, ecco che Beppe Grillo non stronca le eventuali nozze con gli ex padani, ma si limita a dire «non me ne occupo». Quindi, sul fronte leghista, spunta Giancarlo Giorgetti su La7: il capogruppo alla Camera (stimatissimo anche al Quirinale), chiosa: «Sul reddito di cittadinanza vediamo se possiamo declinarlo in un altro modo. Con i grillini certi temi è meglio non trattarli, tipo lo Ius soli. Non ne parliamo più, non è di attualità». E ancora: «Questo benedetto reddito di cittadinanza se è una misura universalistica per sostituire la pensione o una reversibilità, non ha assolutamente senso, se è un qualche cosa che orienti o incentivi la ricerca del lavoro, allora è qualcosa che può essere valutato». Insomma, il terreno è fertile. Anche se nulla è deciso. Ieri, il blog dei pentastellati strillava «E ora al governo con Di Maio premier», e lo stesso Luigi precisa: «Abbiamo sempre detto che la partita delle Camere è slegata da quella del governo». Matteo risponde che il presidente del Consiglio «sarà indicato dal centrodestra», così da rassicurare una volta di più gli alleati. La strategia è tenere compatta la compagnia, perché solo con la forza della coalizione può trattare con i 5Stelle da una posizione di forza. Non a caso, in serata, una nota dell’ ufficio stampa leghista smentisce le ricostruzioni giornalistiche che raccontano di pressioni sul Cavaliere per fargli fare un passo indietro in Forza Italia. La Lega conferma «stima e rispetto» nei confronti dell’ ex premier.

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