Consultazioni al Quirinale: il primo giro si chiude con un nulla di fatto

La conclusione del primo giro di consultazioni è stata scontata: un nulla di fatto. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, preso atto dell’impossibilità di formare un governo, ha concesso una pausa di riflessione per permettere ai partiti di parlarsi e trovare un accordo. Questione di qualche giorno e il Quirinale darà inizio alla seconda tranche di incontri.

Il Giornale. BUCO NELL’ACQUA. «Che idea vi siete fatti?». Con tutti Sergio Mattarella è sintetico e istituzionale come impone il ruolo, rigoroso al punto che alle delegazioni che si succedono nella due giorni di consultazioni al Quirinale non viene offerto neanche un caffè o un bicchiere d’ acqua perché la priorità è quella di districare una matassa che a oltre un mese dalle elezioni è ancora molto, troppo aggrovigliata. Tanto ne è cosciente il capo dello Stato che in questo primo giro vuole semplicemente ascoltare cosa hanno da dire i suoi interlocutori, senza esporsi in alcun modo ma comportandosi da semplice notaio. D’ altra parte, il buco nell’ acqua era più che annunciato. Inutile, dunque, giocare carte che al momento è bene restino scoperte. Il problema, però, è che questo primo giro a vuoto è andato ben peggio di quanto ci si aspettasse, con il quadro che sembra andare complicandosi ancora di più. Non è un caso che a sera dal Quirinale filtri una certa preoccupazione per uno scenario che diventa sempre più difficile ricomporre nel breve periodo. Il fatto che il secondo giro di consultazioni vada slittando verso la seconda metà della prossima settimana – mercoledì dovrebbe essere ufficializzato il calendario – potrebbe dunque non bastare a far posare la polvere. Luigi Di Maio, infatti, rimane sostanzialmente sulle sue posizioni, limitandosi a una piccola, piccolissima apertura quando chiede «un incontro con Salvini e Martina». Il leader grillino, insomma, evita di ribadire il suo veto su Matteo Renzi e si dice pronto ad un confronto. Un dialogo che al Colle auspicano da tempo, convinti che sull’ asse M5s-Pd e con i voti anche di Leu possa alla fine nascere un governo.

La Verità. ANCORA TEMPO. Non c’ è stato neanche un colpo a sorpresa, almeno per ora, da parte del capo dello Stato, come da sue prerogative istituzionali e politiche, ossia nessuna volontà di un incarico ad un esterno per un governo tecnico o di scopo, ma forse la voglia di «smuovere» Luigi Di Maio, il premier in pectore del M5s dalle sue posizioni rigide e intransigenti, sia nel voler fare il premier che nel voler spaccare gli altri partiti. E se lui, uscito dalla sala della Vetrata del Quirinale, ha annunciato che nei prossimi giorni incontrerà Matteo Salvini e Maurizio Martina per verificare la disponibilità sul «contratto di governo sul modello tedesco con Lega o Pd, alternativi tra loro (senza citare Silvio Berlusconi) perché si impegnino di fronte agli italiani sulle cose da realizzare», Salvini ha indicato nel patto con i grillini l’ unica soluzione possibile per «trovare una quadra»: «Bisogna smussare degli angoli che almeno per ora altri non sembrano disposti a smussare. Tutti dovrebbero fare lo stesso», ha detto il leader leghista, «perché se ciascuno rimane sulle sue impuntature, sui suoi personalismi e i sui ragionamenti personali o di partito, il governo non nasce e l’ unica soluzione, che non auguriamo ma che non escludiamo, è quella delle elezioni». E allora Sergio Mattarella concede tutto il tempo necessario, purché sia proficuo, a chi dovrebbe trovare un’ intesa addirittura non fissando una data precisa per l’ inizio del secondo giro di consultazioni.

Repubblica. LE POSIZIONI DEI PARTITI. La prima delegazione è quella del Pd. Martina spiega: il partito sta all’ opposizione, ci provino centrodestra e M5S a dar vita ad un nuovo esecutivo. «L’ esito elettorale negativo non ci consente di formulare ipotesi di governo che ci riguardino», e «la potenziale maggioranza emersa per i presidenti delle Camere si comporta come in un secondo tempo di campagna elettorale». Forza Italia Silvio Berlusconi guida la delegazione di Forza Italia e rispedisce al mittente il veto di Di Maio nei suoi confronti. È «disponibile» ad alleanze partendo dal centrodestra e da Salvini premier, ma «non disponibile» a un governo «del populismo, dell’ odio sociale, del pauperismo, del giustizialismo», «l’ Europa non ci perdonerebbe improvvisazioni ». Lega Matteo Salvini apre invece ufficialmente ai 5Stelle, un patto da siglare però con tutto il centrodestra, «non ci vuole uno scienziato per capire che altre soluzioni di governo sarebbero improvvisate». Annuncia che avrà contatti, in primo luogo con Di Maio. «Se non si trova una quadra non resterebbe che tornare alle urne». Salvini è pronto a fare «un passo di lato», ma vuol presentarsi in Parlamento «soltanto quando avremo numeri certi». L’ ultimo a salire al Colle è Luigi Di Maio. «Un contratto di governo si può sottoscrivere o con la Lega o con il Pd». Di Maio «non riconosce» la coalizione di centrodestra, «le forze politiche che ne fanno parte proponevano tre diversi candidati premier». Per questo si rivolge solo alla Lega. Assicura però di non voler spaccare il centrodestra, così come il Pd, «ci rivolgiamo a questo partito nella sua interezza».

Corriere della Sera. LA VERSIONE DI DI MAIO. «Non siamo né di destra né di sinistra – dice Luigi Di Maio al termine delle consultazioni – e quindi possiamo interloquire con tutti». Ed è vero che il modulo di gioco del Movimento in questo momento è a tutto campo. Tra i due «forni», il più caldo è quello leghista, ma Di Maio prova a tener vivo anche quello del Pd. Al quale lancia un messaggio nuovo, più aperto e inclusivo: «Siamo pronti a parlare con tutti dentro il Pd». Improvvisamente rispettoso delle dinamiche interne dei dem, Di Maio spiega: «Non ho mai chiesto una scissione interna, e se mi rivolgo al Pd, mi rivolgo a quel partito nella sua interezza». Dunque anche a Matteo Renzi. Il più ferocemente contrario a M5S. Parole non casuali. Che sono un messaggio rivolto al Quirinale, per rassicurare sulla sincerità dell’ apertura al Pd, insieme alle aperture sui temi internazionali, in controtendenza rispetto a Salvini. Ma sono un messaggio anche per Maurizio Martina. Con il quale si è sentito più volte di recente. Anche martedì, quando si è giocato il Pd come interlocutore «privilegiato» (salvo correggersi). Era seguita una nota di Martina, che respingeva al mittente le lusinghe: «Non ci stiamo al giochetto di dividerci». Nota che aveva fatto infuriare Di Maio: «Ma come, prima mi telefona e si dice possibilista, poi dice queste cose? Non può dire una cosa privatamente e un’ altra pubblicamente». Ma Martina, anche per non perdere i voti di Renzi il 21 aprile, quando si deciderà il segretario, ieri sera ha fatto sapere di non volere incontrare Di Maio. Dai piani alti M5S non ci si scompone: «Con il Pd si sta muovendo qualcosa, Martina cambierà idea».

Messaggero. LE CONCLUSIONI DI MATTARELLA. «Non c’ è nessuna intesa, serve tempo». Sergio Mattarella, al termine del primo giro di consultazioni, dopo aver visto Luigi Di Maio e Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e Maurizio Martina, fissa il time-out. Tutto rinviato alla prossima settimana, quando le delegazioni dei partiti riprenderanno il pellegrinaggio sul Colle. E quando, forse, sarà più maturo il percorso per battezzare in Parlamento un’ intesa di governo. Al Quirinale non nascondono che la strada sia impervia. E che le soluzioni e le posizioni siano «ancora molto distanti». Come è ben chiaro, in base alle dichiarazioni di Salvini e Di Maio, che al momento non esiste la prospettiva di un governo di tregua o di tutti caldeggiato dal Cavaliere e non escluso (a priori) dal Pd. «Ma vedremo cosa succederà se, tra un mese o un mese e mezzo, non sarà stato raggiunto alcun accordo politico. Nei colloqui nessuno ha detto di voler andare alle elezioni, Di Maio e Salvini per ora ne hanno parlato solo come ipotesi di scuola o come arma di persuasione…», racconta un politico di rango che in serata ha parlato con Mattarella. E aggiunge: «Il percorso adesso è però all’ interno di un esecutivo politico. Il Presidente auspica che ognuno esca dalle convenienze di parte e responsabilmente cominci a lavorare, nell’ interesse del Paese, per creare in Parlamento una coalizione di governo». Coalizione. E’ questa la parola su cui il capo dello Stato, nello studio della Vetrata, ha indottrinato Di Maio e Salvini, tentando di spingere i due leader ad archiviare gli slogan («ho vinto, palazzo Chigi tocca a me») e i veti («Berlusconi non lo voglio». «Io invece non voglio il Pd»), scanditi finora. Di fatto una vera e propria lezione di diritto costituzionale, accompagnata dall’ invito – pronunciato anche davanti ai giornalisti – a prendere atto che «le elezioni non hanno assegnato ad alcuna forza politica la maggioranza dei seggi in Parlamento» e dunque, «nessun partito e nessuno schieramento dispone di voti per formare un governo e sostenerlo». Perciò «è indispensabile che vi siano delle intese tra le parti politiche per formare una coalizione» capace di «far nascere un esecutivo».

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