Guerra in Siria. Trump e Putin ai ferri corti

Soffiano venti di guerra. Il conflitto siriano e l’utilizzo dei gas (attribuiti ad Bashar Assad) hanno spinto il presidente Usa Donald Trump a propendere per l’intervento armato. Mosca, apprese le intenzioni americane, si è detta decisa a difendere il dittatore siriano. E l’Europa? Francia e Gran Bretagna si sono già schierati con l’alleato storico americano. Germania ed Italia hanno anticipato che non parteciperanno ad eventuali azioni militari in Siria.

Il Giornale. TRUMP ALLA GUERRA. Ogni ora potrebbe essere quella in cui si decide se i missili americani colpiranno gli obiettivi siriani. Ma non è detto che sia quella fine del mondo che viene profetizzata dalla maggior parte dei media. È vero, Donald Trump grida, twitta risoluzioni che andrebbero presentate con giacca e cravatta, minaccia, usa espressioni poco fini all’ orecchio educato dei giornalisti e degli intellettuali europei. Ma su questo piove un giudizio politico esagerato e minaccioso, poco elaborato, e quindi, in una parola, molto conformista. L’ avvertimento alla Russia fa sentire sull’ orlo di una crisi bellica mai vista e gli animi eccitati danno del pazzo a Donald Trump. Ma non è affatto pazzo: se esaminiamo le sue decisioni, in 16 mesi ha rovesciato la politica di Obama, ma non ha rovesciato l’ ordine mondiale in senso bellicistico. La guerra c’ era, la presenza russa e iraniana l’ hanno resa fatale perché Assad è peggiore dell’ immaginabile, e per necessità ambedue lo sostengono. Trump annuncia una reazione degli Usa e dei loro alleati contro un dittatore che oltre ad aver fatto fuori centinaia di migliaia di persone, ha fatto uso di un’ arma abbietta, che non solo uccide, ma uccide fra tormenti anche bambini e neonati. Douma è stata «liberata» col gas, Assad e i suoi festeggiano per le strade la strage. Trump da presidente della più grande potenza mondiale, prende responsabilità dell’ uso del gas. Contesta alla Russia il suo sostegno ad Assad, segnala la sua insofferenza per le alleanze strette con lui e critica la Turchia, che ha appena partecipato a un summit di spartizione.

Il Fatto Quotidiano. L’ITALIA ALLA FINESTRA. Il governo Gentiloni è già in trincea e questa opera di fortificazione mediatica potrebbe essere battezzata “Angela Merkel”: “Sulla Siria la nostra linea è quella della Merkel”, dice Palazzo Chigi. Tesi coadiuvata da apposita telefonata tra il premier italiano e la cancelliera tedesca subito resa nota alle agenzie. La trincea italiana è questa: dare per scontato che in Siria ci sia stato un attacco chimico e che sia stato realizzato dall’ esercito di Bashar al-Assad (due proposizioni tutt’ altro che certe), rifiutarsi però di partecipare ad azioni militari, ma “in base agli accordi internazionali e bilaterali” continuare a fornire “supporto logistico alle attività delle forze alleate, contribuendo a garantirne sicurezza e protezione”. È la “tradizionale”, diciamo, posizione del governo italiano sul conflitto siriano: solo che stavolta trincee e tradizioni rischiano di non bastare. L’ esecutivo – “in carica per gli affari correnti” e sprovvisto di maggioranza parlamentare – al momento prega e spera che tutto vada come gli è stato assicurato che andrà: da Sigonella continueranno a decollare (proprio come ora) aerei da ricognizione e rifornimento, ma nessun bombardiere, mentre l’ eventuale attacco contro il territorio siriano avverrà con missili dalle navi come un anno fa e non provocherà reazioni russe. Risultato: l’ Italia non dovrà fare nulla, né prendere alcuna decisione. Diverso il caso in cui in Medioriente dovesse verificarsi un’ escalation del conflitto che spingesse gli Stati Uniti a far partire azioni di combattimento dal suolo italiano. In quel caso, secondo lo shell agreement Italia-Usa del 1995, il governo dovrebbe esplicitamente concedere l’ uso delle basi e farlo, per l’ ennesima volta, strapazzando l’ articolo 11 della Costituzione, che ci vieta guerre di aggressione, e gli stessi accordi Nato per quanto rivisti in senso meno “difensivo” nel Documento di Washington nel 1999.

Libero. PUTIN CON ASSAD. Dall’ altra parte Bashar Assad è apparso sugli schermi della tv di Stato dopo un incontro ufficiale al palazzo presidenziale di Damasco, affermando che le minacce occidentali alla Siria rientrano nel piano di screditare «la lotta al terrorismo» compiuta dal governo siriano e dai suoi alleati, Russia e Iran. «Ogni volta che si compiono dei successi militari sul terreno, arrivano alcune potenze occidentali che cercano di cambiare gli eventi». Dopo l’ occupazione da parte dei governativi di Douma, ultimo ridotto dei ribelli nella Ghouta orientale, Mosca ha tenuto a confermare il proprio impegno al fianco del governo siriano facendo sapere che la propria Polizia Militare è schierata nella città. Nel frattempo le 11 navi russe dislocate in Siria hanno lasciato la base di Tartus per «ragioni di sicurezza». Lo ha spiegato il capo della Commissione Difesa della Duma, Vladimir Shamanov spiegando che «è una pratica di routine. Se c’ è una minaccia di attacco le navi all’ ancoraggio devono muoversi in modo che un missile non possa distruggere più di una nave». Il centro del sistema difensivo russo in Siria è rappresentato dai sistemi di missili anti-missile S-400 e S-300, tra i più avanzati. Le batterie sono però concentrate nelle basi russe di Khmeimim (aerea) e di Tartus (navale).

Corriere della Sera. LA RETROMARCIA USA. Tocca a un generale, il capo del Pentagono James Mattis, predicare prudenza nella crisi siriana. Ieri mattina si è presentato davanti alla Commissione delle Forze armate della Camera con queste parole: «Stiamo cercando di fermare l’ assassinio di persone innocenti. Ma a livello strategico, dobbiamo ragionare su come evitare un’ escalation fuori controllo». Nel pomeriggio di Washington, il Segretario alla Difesa è tornato alla Casa Bianca dove si è confrontato con Donald Trump e il nuovo consigliere per la sicurezza nazionale, John Bolton. Le «opzioni militari» per l’ attacco sono tutte complicate. Gli alleati di Assad, russi e iraniani, hanno mobilitato le difese, attivando le batterie anti missili e mettendo al riparo i velivoli dell’ aviazione siriana. La difficoltà del momento si riflette proprio nel tweet mattutino di Donald Trump: «Non ho mai detto quando ci sarebbe stato un attacco contro la Siria. Potrebbe essere molto presto oppure niente affatto presto. In ogni caso, gli Stati Uniti, con la mia Amministrazione, hanno fatto un grande lavoro per liberare la regione dall’ Isis. Dov’ è il nostro “Grazie America”?». Come si vede il tono del presidente è radicalmente cambiato rispetto al flash dell’ altro ieri: «Russia stai pronta, i nostri missili belli, nuovi e “intelligenti” sono in arrivo». Trump ha provato ad allargare lo schieramento, telefonando l’ altra sera al presidente turco, Recep Tayyip Erdogan. Ma non ha ottenuto nulla: solo l’ assicurazione, come si legge nel comunicato della Casa Bianca, che il leader turco «resterà in stretto contatto».

Il Sole 24 Ore. LO SCENARIO SIRIANO. Lo scontro cosiddetto civile che si sta combattendo ora è diverso dagli altri capitoli di questa tragedia iniziata nel 2011. C’ erano state le proteste, poi lo scontro armato, infine l’ Isis che aveva approfittato del caos. Ora la contesa per il vuoto lasciato dal Califfato, non è più fra milizie, sette ed etnie relativamente armate. È fra gli Stati della regione con eserciti, divisioni corazzate e aviazione: fra Turchia, Iran, sauditi, emirati del Golfo e sempre meno ipoteticamente Israele. Con russi e americani dispiegati in forze sul campo, col rischio di essere usati da alleati che pensano di poter manovrare e dai quali invece sono sempre più manovrati. Questa è la realtà dalla quale non si sa ancora bene se Donald Trump voglia uscire o restare, lanciando missili. Vladimir Putin, che fra molti difetti ha la qualità di avere una visione, sta applicando ciò che George Kennan disse una volta dell’ imperialismo: «Se non prendiamo noi quei territori, lo farà qualcun altro. E questo sarà ancora peggio». È probabile che Trump non sappia nemmeno chi fosse Kennan, il diplomatico americano che 70 fa a Mosca scoprì che i russi avevano incominciato la Guerra fredda. È possibile che le armi chimiche siano state usate dalle stesse milizie dell’ opposizione islamica per impedire a Trump di ritirarsi dalla Siria e fermare il regime di Damasco, ormai a un passo dalla vittoria a Douma. È un’ ipotesi logica. Ma è ugualmente logico che, non nuovo all’ uso di quelle armi sul suo popolo, Bashar Assad (e i russi e gli iraniani), volesse saggiare sul campo la straordinaria irrilevanza del presidente Usa.

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