Vinitaly senza vino: la kermesse diventa una sfilata per la politica

Doveva essere la celebrazione del vino italiano, invece l’edizione veronese di Vinitaly si è trasformata in una sfilata politica. Alla kermesse c’erano proprio tutti, ma soprattutto c’erano loro: Salvini e Di Maio. I leader di Lega e M5S non hanno avuto occasione di incontrarsi faccia a faccia ma non sono mancate le frecciatine a distanza.

Repubblica. VINO E POLITICA. Vinitaly, quindicimila vini in esposizione, quattromila aziende produttrici, migliaia di buyer e di visitatori. La politica che conta, per un giorno, è tutta qui. Luigi Di Maio arriva qualche ora più tardi, nelle primissime ore del pomeriggio. Percorre gli stessi vialetti, entra negli stessi padiglioni. Come Salvini, stringe centinaia di mani e si presta ad altrettanti selfie. «Gigi, Gigi», incitamenti a tagliare i privilegi, perfino qualche coro da stadio. Ma il leader stellato incassa anche qualche estemporanea manifestazione di dissenso: molti mugugnano per il più che robusto cordone di forze dell’ ordine che ne protegge la passeggiata, insieme alla fidanzata, tra gli stand (Salvini si muove senza divise al seguito). Qualcuno, con pronunciata inflessione veneta, contesta il reddito di cittadinanza («Regali i soldi alla gente per stare a casa a far niente»), che in queste terre è tutt’ altro che popolare. Soprattutto tra i leghisti, che un governo con i Cinque Stelle, prima o poi, lo faranno. I due leader, Salvini e Di Maio, non si incrociano mai, nelle tre ore abbondanti in cui pure camminano a poche decine di metri l’ uno dall’ altro (quando Di Maio riparte verso Udine, dove in serata terrà un comizio in vista delle Regionali, Salvini è ancora in giro per padiglioni). Il brindisi all’ accordo per il nuovo governo, il patto dell’ Amarone, come qualcuno l’ aveva già battezzato, non c’ è stato. Perlomeno non qui.

 

Il Fatto Quotidiano. PUNZECCHIATURE. Mancava solo la battuta su chi ha preso d’ aceto, poi ieri, all’ inaugurazione del Vinitaly che ha fatto scomodare mezzo parlamento italiano, si sono provate un po’ tutte le gradazioni sullo stato del dialogo per il governo: Matteo Salvini che offrirebbe a Di Maio “uno Sforzato” perché si deve impegnare di più, ancora Salvini che brinderebbe con “un vino scaduto, prodotto in Romania, finto italiano” se i grillini si alleassero con il Pd, Di Maio che bolla come “ubriaco” chi fa certe esternazioni (Salvini). Il bilancio finale è ancora un nulla di fatto. E a sera, l’ attacco di Di Maio da un comizio ad Udine (“Pensare che Mattarella si faccia influenzare dalle regionali per dare un pre-incarico è anche disonesto intellettualmente”) non è certo un segnale rassicurante per il Quirinale che attende da giorni “l’ innesco” di una trattativa e che si prepara, probabilmente dopodomani, a prendere una decisione che potrebbe anche essere sgradita ai non-vincitori.

 

Il Tempo. LA MELONI CONCILIA. Agli stand di Verona ha fatto visita anche la leader di Fratelli d’ Italia Giorgia Meloni: «Facciamo del nostro meglio per costruire un governo che possa rispecchiare quello che abbiamo detto in campagna elettorale e gli interessi degli italiani» ha spiegato la Meloni. «Noi vogliamo un governo che dica difesa del made in Italy, difesa delle imprese italiane – ha aggiunto speriamo che si arrivi presto a un accordo, vorrei che fosse come il vino bianco e non avesse bisogno di decantazione, gli italiani ci guardano come se fossimo dei marziani». Una cosa è certa: per la Meloni un governo «istituzionale» non è la strada giusta da percorrere: «Il governissimo non può essere una soluzione capace di tirare fuori l’ Italia dalle secche in cui si trova. Incarico esplorativo a Casellati? Non avrei nulla da dire, è una delle ipotesi che si leggono dalle indiscrezioni giornalistiche, aspettiamo quello che dice Mattarella e lavoreremo sulla strada tracciata dal presidente».

 

Corriere della Sera. LA SIRIA CHE DIVIDE. Il fatto che il governo con gli stellati sembri allontanarsi sarebbe confermato anche dalla nettezza della posizione sugli attacchi in Siria di Trump, May e Macron. Che con i fedelissimi, il segretario avrebbe descritto così: «Alleati sì, subalterni e spettatori, no. La Nato non si discute, ma non è che di notte uno decide di bombardare un Paese terzo che non ha aggredito nessuno». Con una certa irritazione nei confronti dei francesi, che «ci hanno portato in più di una guerra sbagliata». E così, Salvini torna a tuffarsi in campagna elettorale. Dopo il tour de force al Vinitaly, il capo leghista è già ripartito per il Molise dove rimarrà fino a venerdì, salvo qualche ora a Roma per ascoltare Gentiloni sui raid in Siria. Quindi a Milano per il Salone del mobile, e poi a tappe forzate – da domenica – in Friuli. Per non perdere l’ allenamento: la scommessa è in un ritorno alle urne non troppo lontano. Da leader, dice un salviniano doc, «di un’ opposizione che non ha accettato di farsi sterilizzare».

Libero. CORI DA STADIO. A Vinitaly la sfida a distanza tra Salvini e Di Maio l’ ha vinta il leghista. Chiariamo. Per entrambi è stato un bagno di folla. Impossibile contare i selfie e le strette di mano. Mai nella storia recente del salone del vino si era registrato un tale entusiasmo da parte dei visitatori per la passerella di un politico. Figuriamoci per due. L’ apice era stato toccato da Matteo Renzi, allora fresco di nomina alla presidenza del Consiglio. Ieri però è stata tutta un’ altra storia. Il confronto, dicevamo, per la spontaneità e il calore coi quali la gente l’ ha acclamato, se l’ è aggiudicato il lumbard, atterrato a Verona alle 10, arrivato al polo fieristico 40 minuti dopo e subito assediato da telecamere, sostenitori e curiosi. Il leader dei Cinque Stelle invece, scortato dai parlamentari locali, è entrato assieme alla fidanzata Giovanna Melodia attorno alle 14. Ad attenderlo, oltre a un nutrito gruppo di fan, c’ era la sua claque, un manipolo di persone pronte a intonare cori al primo sguardo d’ intesa, fedeli soldati al servizio del loro comandante. Il primo canto, che non può non ricordare l’ unico lavoro svolto dall’ aspirante premier pentastellato – quello di steward allo stadio San Paolo di Napoli – è partito subito: «Oh mamma, mamma, mamma, sai perché, mi batte il corazon Ho visto Giggi Di Maio, ho visto Giggi Di Maio, uè, mammà, innamorato son!». Il grillino, come da copione, ha ringraziato promettendo onestà e un taglio ai privilegi della politica: «Vi do la mia parola». E giù applausi.

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