Matteo Messina Denaro: duro colpo alla rete del boss

Ennesimo colpo alla rete di Matteo Messina Denaro, ritenuto il capo di Cosa Nostra dopo la morte di Totò Riina. L’operazione «Anno zero», condotta da carabinieri, polizia e Dia, ha portato all’arresto di 22 persone e allo smantellamento delle famiglie mafiose trapanasi di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna, che costituiscono la rete utilizzata da Messina Denaro per lo smistamento dei pizzini. Per tutti, le accuse sono di associazione di tipo mafioso, estorsione, danneggiamento, detenzione di armi e intestazione fittizia di beni, reati aggravati dalle modalità mafiose.

Repubblica. IL FANTASMA. Anche Totò Riina continuava a chiederselo in carcere, qualche tempo prima di morire: «Ma cosa fa per ora questo Matteo Messina Denaro, che non so più niente?». Era diventata un’ ossessione per il capo dei capi, che all’ ora d’ aria invocava nuovi attentati: «È l’ unico ragazzo che avrebbe potuto fare qualcosa – ripeteva – perché era dritto, gli ho fatto scuola io». E, invece, l’ ultimo grande latitante di Cosa nostra – condannato a 6 ergastoli, anche per le stragi del 1993 – è diventato ormai un fantasma. Per tutti. Per lo Stato che lo cerca da 25 anni, e anche per la mafia. Un fantasma venerato nel cuore della provincia siciliana: «È meglio di Padre Pio – dicevano due mafiosi intercettati – devono fargli una statua» . È, soprattutto, un fantasma che continua ad avere tanti affezionati complici. Ventuno ne hanno arrestati carabinieri, polizia e Dia nell’ ultima operazione disposta dal procuratore di Palermo Francesco Lo Voi e dall’ aggiunto Paolo Guido. Mafiosi e imprenditori. Ma lui, il fantasma, ancora non c’ è. Gli investigatori che nel cuore della notte hanno perquisito le abitazioni dei due cognati arrestati (Gaspare Como e Saro Allegra) hanno trovato in salone i ritratti del padrino stile Andy Warhol, con la corona in testa. Fantasma e re. Per una latitanza di 25 anni ci vogliono complici all’ altezza.

Corriere della Sera. LE INTERCETTAZIONI. Era il 19 novembre 2017, all’ indomani della morte di Totò Riina i giornali ne ricordavano le gesta criminali, compreso l’ ordine di sequestrare, uccidere e sciogliere nell’ acido il figlio del pentito Santino Di Matteo. «Allora ha sciolto quello nell’ acido, ha fatto bene», dice Signorello. Replica dell’ imprenditore: «Se la stirpe è quella Suo padre perché ha cantato?». Signorello insiste: «Ha rovinato mezza Palermo quello», e l’ imprenditore (condannato per aver taciuto sulle estorsioni subite, e dunque conosce le regole dell’ omertà) dà la colpa al collaboratore di giustizia per la sorte del figlio: «Dico, il bambino è giusto che non si tocca però aspetta un minuto perché sennò a due giorni lo poteva sciogliere settecento giorni sono due anni, tu perché non ritrattavi tutte cose? Se tenevi a tuo figlio allora sei tu che non ci tenevi». Commento di Signorello: «Giusto! Perfetto! E allora fuori dai coglioni Dice “io sono in una zona segreta, sono protetto, non mi possono fare niente”. Sì, a te però ricordati, coglione, che una persona la puoi ammazzare una volta, ma la puoi fare soffrire un mare di volte». Dunque i seguaci di Matteo Messina Denaro la pensano come i mafiosi stragisti di 25 anni fa, e si muovono – secondo la ricostruzione di investigatori e inquirenti – per agevolare gli affari e le mosse dell’ ultimo latitante.

Il Fatto Quotidiano. L’ADORAZIONE DEL BOSS. Matteo Messina Denaro “è potuto essere stragista”, ma la sua linea è quella del “mangia e fai mangiare” e va seguito “sino alla morte”. Oggi frequenta la Calabria, si muove “in zona” (nel trapanese), comunica sempre con i pizzini e – nonostante i suoi affiliati lo considerano il nuovo capo di Cosa nostra (dopo la morte di Riina) e a suo padre, don Ciccio, vogliono dedicare una statua “accanto a quella di padre Pio” – è costretto ad occuparsi della controversia tra due pastori per questioni di terreni confinanti di pascolo, la più arcaica delle liti sfociata spesso in omicidi. “Gli devono fare una statua una statua allo zio Ciccio che vale Padre Pio ci devono mettere allo zio Ciccio e a quello accanto quelli sono i Santi i Santi”. E se un “comitato di liberazione continua” osa scrivere sulla parete di una cabina Enel poco fuori Castelvetrano “A morte il tiranno Messina Denaro”, due fedelissimi si armano di spray e vanno di notte a cancellare la scritta, avviando le indagini per individuare il responsabile. I boss non tollerano il dissenso pubblico neanche su Facebook: un operatore ecologico che commenta con sollievo la morte di Riina rischia di essere preso a botte: “Signorello si chiama questo cornuto minchia appena lo vedo lo battezzo gli dico: senti vedi di tenerteli per te i commenti del cazzo”.

La Stampa. GLI INQUIRENTI. «Il cuore pulsante di Matteo Messina Denaro», lo chiamano gli inquirenti, il procuratore antimafia di Palermo Francesco Lo Voi e il suo aggiunto Paolo Guido, che già da sostituto si occupava del coordinamento delle ricerche del superlatitante e analizza il significato di un’ indagine come Anno zero. Cuore pulsante perché per la prima volta dopo tanti anni «si sente» la presenza dell’ invisibile boss? «Non solo questo, è una questione affettiva, quasi di adorazione: il santo, padre Pio, non sono espressioni usate a caso. Chi parla così manifesta quasi un bisogno di identificazione, per contare qualcosa: in termini tecnici si chiama affectio societatis, lo stretto legame con l’ associazione e il suo massimo rappresentante nella provincia di Trapani». Eppure in 25 anni di latitanza quasi nessuno, e soprattutto i più giovani, ha mai avuto contatti diretti con Messina Denaro. «Non conoscono fisicamente la persona, ma rispettano e venerano il simbolo, sono disposti a tutto per lui. Mentre per le sue esigenze primarie il boss si affida soprattutto ai familiari più stretti: sorelle, fratelli, cognati, cugini. Anche in questo senso è stato colpito il cuore pulsante di Messina Denaro». Le intercettazioni sulla tremenda sorte del piccolo Di Matteo sono agghiaccianti: perché questo accanimento? «Quel che emerge è un’ adesione convinta, quasi ideologica, a quel che avvenne a un bambino, punito perché il padre collaborava con la giustizia.

Il Giornale d’Italia. ANNO ZERO. Con l’ operazione ‘Anno zero’, Polizia, Carabinieri e Direzione investigativa antimafia (Dia) hanno eseguito ieri mattina un provvedimento di fermo emesso dalla Direzione distrettuale antimafia (Dda) di Palermo nei confronti di 22 presunti affiliati alle famiglie mafiose di Castelvetrano, Campobello di Mazara e Partanna (Trapani). Le accuse nei confronti degli indagati sono, a vario titolo, di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento, detenzione di armi e intestazione fittizia di beni. Tutti reati aggravati dalle modalità mafiose. Nell’ indagine è stata individuata la rete utilizzata dal capo di Cosa nostra per lo smistamento dei ‘pizzini’ con i quali dava di sposizioni agli affiliati. Ma dall’ inchiesta emerge anche un altro dettaglio: quello del vincolo mafioso che finisce per coincidere con quello familiare. Le indagini, nel tempo, hanno individuato alla guida delle cosche oltre ai cognati del capomafia, anche il fratello e un cugino. Ma farebbero parte dell’ organizzazione criminale anche un altro cugino acquisito, che si è poi pentito, la sorella e due nipoti. Il vincolo mafioso insomma finisce spesso col coincidere con quello familiare. Inoltre pedinamenti, appostamenti e intercettazioni hanno ribadito come Cosa nostra eserciti un controllo capillare del territorio e ricorra sistematicamente alle intimidazioni per infiltrare il tessuto economico e sociale.

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